Menu Chiudi

Padova, i quartieri poveri soffrono di più il caldo: rischio calore +50% rispetto alle zone d’élite

Ventilatore in una casa assolata. Photo by Delaney Van / Unsplash

di Romano Mazzon e Gianni Belloni

Abbiamo già raccontato, in due articoli precedenti (qui e qui), la crescita vertiginosa della disuguaglianza a Padova: il coefficiente di Gini in aumento, il ceto medio che si restringe, la forbice tra i redditi più alti e quelli più bassi che si allarga più che nel resto d’Italia.

Ma c’è una domanda a cui quei numeri non rispondevano: dove vivono i ricchi e dove vivono i poveri? La disuguaglianza ha una geografia? E se sì, cosa ci dice su come è organizzata la città?

Per rispondere, abbiamo elaborato i dati fiscali di tutti i 21 CAP di Padova per gli anni disponibili 2011 – 2015 – 2019 – 2020 – 2021 – 2022 – 2023 e abbiamo costruito un indicatore che chiamiamo indice di disuguaglianza territoriale (o reddito medio relativo).

Come abbiamo misurato la disuguaglianza territoriale

L’indice si calcola così: si prende la percentuale di reddito imponibile di ogni CAP sul totale cittadino e la si divide per la percentuale del numero di contribuenti dello stesso CAP sul totale cittadino dei contribuenti.

  • Valore = 1: il reddito medio del quartiere è uguale alla media di Padova.
  • Valore > 1: il reddito medio è superiore alla media (quartiere più ricco).
  • Valore < 1: il reddito medio è inferiore alla media (quartiere più povero).

Più il valore si allontana da 1, più forte è la disuguaglianza rispetto alla media cittadina.

Il risultato è netto: il divario tra il quartiere più ricco e quello più povero è del 111%.

Tabella 1: indice di disuguaglianza territoriale (2023)

CAPIndice 2023
351231,66
351211,66
351391,64
351371,27
351411,25
351221,21
351281,13
351261,12
351421,02
351381,00
351240,98
351270,97
351250,89
351360,88
351350,87
351430,87
351310,87
351340,83
351290,83
351320,82
351330,78

Per analizzare più nel dettaglio la disuguaglianza, oltre all’indice presentato sopra, abbiamo considerato altre variabili: la composizione del reddito (quanto arriva da capitale, quanto da lavoro dipendente, quanto da pensioni) e la distribuzione per classi di reddito. Attraverso un’analisi dei cluster abbiamo raggruppato i 21 CAP in quattro grandi famiglie. Quattro “velocità” della città.

Tabella 2. Cluster dei redditi

ClusterCAPQuartiere/iIndice medio
Élite35121, 35122, 35123, 35139Centro Storico (Nord-Est, Sud-Centro, area di via Roma)1,66
Medio‑alto35126, 35128, 35137, 35141Madonna Pellegrina / Cristo Re, Sacra Famiglia / Bassanello, Centro Storico Nord-Ovest, Guizza1,14
Medio35124, 35127, 35138, 35142Terranegra / Forcellini, Voltabarozzo / Crocifisso, Bassanello / Palestro, Paltana / Mandria1,00
Povero35125, 35129, 35131, 35132, 35133, 35134, 35135, 35136, 35143Guizza / Salboro, Stanga / Mortise / Zona Ind., Interporto / Camin, Arcella, Arcella Nord, Altichiero, Montà, Ponte di Brenta, Chiesanuova / Brusegana0,85

Cluster Élite: l’isola dei ricchi

CAP: 35121, 35122, 35123, 35139
Indice medio: 1,66
Reddito medio stimato: oltre 50.000 euro annui

Il cuore monumentale e storico di Padova. I CAP 35121, 35122 e 35123 coprono il Centro Storico nelle sue diverse articolazioni: l’area nord-est (Stazione, Corso del Popolo, via Altinate, via San Francesco, Portello, Palazzo del Bo), il cuore monumentale (Piazza del Santo, Prato della Valle, Orto Botanico, piazze centrali) e l’area di via Roma.

Qui vive meno del 10% dei contribuenti padovani, ma si concentra quasi un quarto di tutti i redditi oltre i 120 mila euro. La ricchezza non viene dal lavoro dipendente, ma da capitale: lavoro autonomo, partecipazioni societarie, affitti di fabbricati.

Cluster Medio‑alto: i quartieri dei colletti bianchi

CAP: 35126, 35128, 35137, 35141
Indice medio: 1,14
Reddito medio stimato: circa 32.000 euro

Quartieri residenziali di buon livello distribuiti in diversi quadranti della città. Il 35126 copre l’area di Madonna Pellegrina, Cristo Re e via Facciolati. Il 35128 è il denso quartiere di Sacra Famiglia e Bassanello (lato ovest). Il 35137 è la cerniera nord-ovest del centro storico (Largo Europa, via Savonarola, via Matteotti). Il 35141 corrisponde al cuore del quartiere Guizza.

Qui i redditi da capitale sono presenti ma non dominanti; la spina dorsale è il lavoro dipendente qualificato.

Cluster Medio: la classe media che si restringe

CAP: 35124, 35127, 35138, 35142
Indice medio: 1,00
Reddito medio stimato: circa 29.000 euro

Sono i quartieri che più si avvicinano alla media cittadina. Un mix equilibrato tra lavoro dipendente, pensioni e piccole attività. Ma è una classe media che, come mostrano i numeri, si sta restringendo: oggi rappresenta il 19,0% dei CAP di Padova, mentre nel 2011 era ancora il gruppo più numeroso (33,3%).

Cluster Povero: le periferie che pagano il prezzo più alto

CAP: 35125, 35129, 35131, 35132, 35133, 35134, 35135, 35136, 35143
Indice medio: 0,85
Reddito medio stimato: circa 23.000 euro

Sono 9 CAP su 21. Qui vivono decine di migliaia di padovani, ma il reddito medio è sistematicamente sotto la media cittadina. Le pensioni sono la fonte di reddito prevalente, i redditi da lavoro dipendente sono bassi, i redditi da capitale sono quasi inesistenti, e i redditi sopra i 120 mila euro sono pari a zero.

Il quadrante nord e nord-ovest – Arcella (35132, 35133), Altichiero (35134), Montà (35135) – è il più colpito. Ma anche l’area est – Stanga, Pio X, Mortise, Torre, Zona Industriale (35129), Interporto, Camin, Granze (35131) – e l’estremo oriente di Ponte di Brenta e Padovanelle (35136) mostrano la stessa fragilità. A questi si aggiungono la direttrice occidentale di Chiesanuova e Brusegana (35143) e la parte più meridionale di Guizza e Salboro (35125).

Il caso più emblematico è l’Arcella Nord (CAP 35133), dove l’indice tocca il minimo di 0,78.

Il ceto medio che si restringe: i numeri del declino

Se confrontiamo il 2011 con il 2023, i movimenti tra i cluster raccontano una storia chiara. Nel 2011 il cluster Medio – i quartieri con reddito vicino alla media cittadina – era il più numeroso: 7 CAP su 21, pari al 33,3% del totale. Nel 2023 si è ridotto a 4 CAP, il 19,0%.

MovimentoCAP coinvoltiNumero
Medio → Povero35125, 35129, 35135, 35136, 351435
Povero → Medio351381
Medio → Medio‑altonessuno0
Medio-alto → Élitenessuno0

Nessun CAP è passato da Medio a Medio‑alto: il movimento è stato solo verso il basso. Il ceto medio non si è spostato verso l’alto, ma è scivolato verso il basso. E il cluster Povero è passato da 7 a 9 CAP.

Questi numeri confermano la tendenza che avevamo già raccontato nei due articoli precedenti: il ceto medio si restringe e le periferie si impoveriscono. Si scende, ma non si sale.

La sovrapposizione con i rischi ambientali

Abbiamo incrociato i nostri cluster con gli indici di rischio calore (Global UHI Risk Index) pubblicati in una ricerca di un gruppo di lavoro dell’Università di Padova* e con le mappe del rischio idrogeologico. I risultati sono inequivocabili: chi guadagna meno vive anche in luoghi più a rischio per il caldo, più allagabili.

ClusterIndice medio redditiGlobal UHI Risk Index medioRischio idrogeologico
Élite1,660,60Basso / Medio
Medio‑alto1,140,75Medio
Medio1,000,85Medio‑alto
Povero0,850,92Alto / Molto alto

Nei quartieri poveri, il rischio calore è mediamente superiore del 50% rispetto a quello dei quartieri dell’élite. E il rischio idrogeologico – esondazioni, allagamenti di seminterrati e garage – è concentrato proprio nelle stesse aree: Arcella, Altichiero, Montà, Stanga, Mortise, Zona Industriale.

Una città sempre più polarizzata tra aree privilegiate e «zone di sacrificio»

Come abbiamo visto dai dati esposti, le trasformazioni urbane degli ultimi anni si sviluppano in un contesto segnato da disuguaglianze profonde, che distribuiscono in modo diseguale l’accesso alle risorse, ai servizi e alle opportunità di partecipazione.

La città, solo in apparenza uno spazio neutrale, è attraversata da vulnerabilità differenti, separazioni fisiche e sociali e da una crescente polarizzazione tra aree privilegiate e «zone di sacrificio»: quartieri ben serviti e quartieri che sostengono i costi ambientali e sociali dello sviluppo urbano.

Il progetto Geo for Cities dell’United Nations Environment Programme (UNEP, 2025) evidenzia come le città siano uno dei principali luoghi di produzione delle disuguaglianze ambientali. L’esposizione all’inquinamento, l’accesso agli spazi verdi e la vulnerabilità agli eventi climatici estremi non sono distribuiti in modo uniforme, ma riflettono processi storici di segregazione, scelte urbanistiche e politiche territoriali stratificate nel tempo.

In questo scenario, le politiche climatiche si concentrano sempre più sull’adattamento al caldo estremo, sulla gestione del rischio alluvionale e sulla sicurezza energetica. L’attenzione si è progressivamente spostata dalla trasformazione dei modelli di sviluppo alla gestione dei rischi. Senza una pianificazione orientata all’equità, però, la gestione del rischio rischia di trasformarsi in una semplice amministrazione della vulnerabilità.

Se la sostenibilità diventa un fattore di valorizzazione immobiliare

In assenza di un criterio vincolante di giustizia climatica, la sostenibilità può diventare un nuovo fattore di valorizzazione immobiliare. Quartieri rinaturalizzati, aree a basse emissioni e interventi per aumentare la resilienza climatica possono accrescere l’attrattività di alcune parti della città, alimentando nuove forme di selezione territoriale. Infrastrutture verdi, rigenerazione ambientale e investimenti per la resilienza possono ridurre le disuguaglianze, ma possono anche accentuarle se non sono accompagnati da criteri di equità e inclusione.

Senza strumenti di redistribuzione, meccanismi di cattura della rendita e adeguate misure di protezione sociale, la transizione ecologica rischia quindi di tradursi in una nuova forma di selezione territoriale. In questo quadro, la transizione tende a essere concepita soprattutto come una questione di stabilità del sistema, più che come un percorso di emancipazione sociale ed ecologica.

Il Piano d’Azione per la Neutralità Climatica al 2030 di Padova

Alla luce di queste considerazioni, il Piano d’Azione per la Neutralità Climatica al 2030 di Padova, fulcro delle politiche cittadine sul clima, non appare ancora pienamente orientato alla giustizia climatica. Il documento è solido sul piano della governance, della decarbonizzazione e della partecipazione, ma meno efficace nel tradurre il principio della giustizia climatica in criteri operativi e misurabili, come raccomanda la letteratura più recente.

Il piano prevede che le campagne di comunicazione siano adattate alle caratteristiche socioeconomiche, demografiche e culturali dei diversi gruppi di popolazione. Tuttavia, non presenta un’analisi dettagliata delle vulnerabilità climatiche e sociali e non identifica esplicitamente categorie particolarmente esposte, come famiglie in povertà energetica, anziani, persone con disabilità, migranti o residenti nei quartieri più colpiti dalle isole di calore.

Anche la dimensione distributiva rimane poco sviluppata. Il piano definisce con precisione gli obiettivi di riduzione delle emissioni nei settori degli edifici e dei trasporti, ma non chiarisce chi sosterrà i costi della transizione né come saranno distribuiti i benefici. Non è specificato, ad esempio, se la riqualificazione energetica degli edifici o l’elettrificazione della mobilità saranno accompagnate da strumenti in grado di evitare effetti regressivi sui nuclei a basso reddito.

Anche il sistema di monitoraggio mostra alcuni limiti. I 14 indicatori previsti dal piano sono esclusivamente tecnico-quantitativi e riguardano, ad esempio, il numero di edifici riqualificati, la quota di veicoli elettrici, i chilometri di linee tranviarie o la potenza fotovoltaica installata. Nessun indicatore misura invece gli effetti distributivi delle politiche: quante famiglie in povertà energetica sono state raggiunte, come sono distribuiti gli interventi tra i quartieri o quale sia il livello di partecipazione dei gruppi più vulnerabili.

Si tratta di uno scarto tra obiettivi dichiarati e strumenti di valutazione. Spesso la giustizia climatica viene richiamata nei principi, ma raramente tradotta in indicatori concreti.

La giustizia climatica non è assunta come un principio esplicito e trasversale

In sintesi, nel Piano di Padova il tema della giustizia climatica è presente in modo frammentario e affidato a singole azioni, come il contrasto alla povertà energetica, le comunità energetiche rinnovabili, l’edilizia pubblica e il recupero delle eccedenze alimentari e la giustizia ambientale non è assunta come principio esplicito e trasversale capace di orientare la diagnosi dei problemi, la progettazione degli interventi e il monitoraggio dei risultati.


Leggi anche i due precedenti articoli della serie:

*Pappalardo S.E., Zanetti C., Todeschi V. (2023). Mapping urban heat islands and heat-related risk during heat waves from a climate justice perspective: A case study in the municipality of Padua (Italy) for inclusive adaptation policies. Landscape and Urban Planning, 238. DOI: 10.1016/j.landurbplan.2023.104831 – link.

Fonte dei dati fiscali: Ministero dell’Economia e delle Finanze – Dipartimento delle Finanze, Dichiarazioni dei redditi delle persone fisiche (IRPEF) – Statistiche per comune, anni d’imposta 2011-2023. Disponibili su www.mef.gov.it (sezione Open Data).

In copertina: ventilatore in una casa assolata. Photo by Delaney Van / Unsplash

Leggi anche: