di Gianni Belloni e Romano Mazzon
L’antica città di Djenné – Djenno nel delta del Niger inizialmente fu una delusione per gli archeologi. Fiorita tra il 250 a.C. e il 1400 d.C. fu abitata al suo apice da 40mila persone. Ma non vi era traccia di edifici monumentali, templi o ville sontuose. Poi capirono che il valore della scoperta stava proprio nell’assenza di simboli di potere: “Che cosa abbiamo trovato? Numero uno: nessun re. Nessuna gerarchia” disse Roderick McIntosh. D’altronde gli archeologi rinvennero le tracce di una sofisticata cultura urbana, innovative ceramiche e raffinate sculture. Questi segni di ricchezza erano ugualmente disseminati in tutte le 70 aree in cui era suddivisa la città, inequivocabile segno di una società egualitaria (questa storia si legge qui).
Padova è assai distante da Djenné – Djenno, ma non solo nel tempo e nello spazio. Parliamo di diseguaglianza. I redditi dei padovani (qui i dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze) del 2022 suddivisi per fasce di reddito sono riassunti in questa tabella:
| Fascia di Reddito | Numero contribuenti | Ammontare redditi (€) |
| Reddito complessivo da 0 a 10000 euro | 35.268 | 156.940.922 |
| Reddito complessivo da 10000 a 15000 euro | 15.543 | 194.672.169 |
| Reddito complessivo da 15000 a 26000 euro | 41.547 | 861.058.045 |
| Reddito complessivo da 26000 a 55000 euro | 43.752 | 1557.293.245 |
| Reddito complessivo da 55000 a 75000 | 6.884 | 439.309.608 |
| Reddito complessivo da 75000 a 120000 | 6.705 | 621.699.962 |
| Reddito complessivo oltre 120000 | 4.082 | 928.227.055 |
| TOTALE | 153.781 | 4.759.201.006 € |
L’indice Gini a Padova è superiore alla media nazionale
Per capire quanto è diseguale una città o un paese si utilizza un indice che misura appunto la disuguaglianza: si chiama indice di Gini e va da 0 a 1, un valore di 0 indica una distribuzione perfettamente equa, mentre 1 indica la massima disuguaglianza (una sola persona possiede tutto il reddito). Se calcoliamo l’indice (o coefficiente) di Gini a Padova risulta un indice stimato del 0,486. Si tratta di un valore piuttosto elevato rispetto alla media nazionale italiana (che solitamente oscilla tra 0,33 e 0,38, e anche rispetto ad altre città del Veneto, più vicino a metropoli come Milano e Roma 0,48/0,50).
Ciò è dovuto a due fattori principali, visibili nella tabella: da una parte, la fascia oltre i 120.000€, pur rappresentando solo il 2,65% dei contribuenti, detiene il 19,50% del reddito totale cittadino, dall’altra c’è un numero significativo di contribuenti (circa il 23%) nella fascia più bassa (0-10k), che contribuisce solo per il 3,3% al reddito totale. In sintesi: Padova presenta una distribuzione del reddito caratterizzata da una forte presenza di redditi alti e medio-alti che “staccano” nettamente la base della popolazione, alzando l’indice di disuguaglianza.
La tendenza degli ultimi 20 anni: polarizzazione della ricchezza e scomparsa del ceto medio
Se poi confrontiamo questo dato con quello del 2003, diciannove anni prima, troviamo delle altre informazioni interessanti: l’indice di Gini a Padova sale in vent’anni da 0,441 a 0,486, una crescita della diseguaglianza dovuta alla polarizzazione della ricchezza: nel 2003, la fascia più alta (oltre 120k) deteneva circa il 12% del reddito totale. Nel 2022, la stessa fascia è arrivata a detenere oltre il 19%. La ricchezza si è “spostata” verso l’alto.
L’altro fenomeno, quantitativamente più rilevante, è quello della scomparsa del ceto medio: la concentrazione nelle fasce centrali si è sgranata. Mentre nel 2003 nella fascia fino a 55.000 € rientrava quasi il 70% dei contribuenti, nel 2022 questa fascia si è ridotta a meno del 60% dei contribuenti. Se poi consideriamo la fascia inferiore (fino a 15.000 €, nel 2003 rappresentava circa il 16% dei contribuenti mentre nel 2022 è solo il 7,39%.
Sebbene il reddito medio sia salito di circa il 30%, bisogna considerare che l’inflazione dal 2003 al 2022 ha eroso gran parte di questo aumento. Il dato reale è che la crescita non è stata equa: i redditi più alti sono cresciuti molto più velocemente di quelli bassi e medi.
Le disparità tra i quartieri e le responsabilità dell’urbanistica
Le disparità proiettate nello spazio si evidenziano in modo ancora più potente. Ci sono infatti delle aree dove il reddito è mediamente due volte quello di altri quartieri. Spicca il centro storico dove i redditi sono il doppio di Arcella, Altichiero, Stanga e Guizza.
| CAP | Zona | Numero contribuenti | Reddito medio (€) |
|---|---|---|---|
| 35121 | Centro Altinate S. Francesco | 3.236 | 55.794,25 |
| 35122 | Centro Ghetto Torresino | 4.848 | 35.295,62 |
| 35123 | Centro Santo, Prato S. Croce, Città Giardino | 3.850 | 50.807,16 |
| 35124 | Madonna Pellegrino, Guizza Ovest, Salboro | 9.184 | 28.229,45 |
| 35125 | Guizza | 7.622 | 24.564,91 |
| 35126 | Santa Rita, Crocefissi | 6.026 | 31.908,49 |
| 35127 | Camin, San Paolo, Voltabarozzo, Zip | 12.324 | 26.783,61 |
| 35128 | Forcellini, S. Gregorio | 7.947 | 32.052,70 |
| 35129 | Stanga, Mortise, Ponte di Brenta, Zip nord | 14.207 | 23.436,61 |
| 35131 | Portello, Pescatori, Fiera | 2.972 | 27.621,19 |
| 35132 | Prima Arcella, S. Antonino, S. Lorenzo | 7.726 | 23.360,05 |
| 35133 | Arcella, Pleiscito, Pontevigodarzere | 8.168 | 22.014,59 |
| 35134 | Arcella ovest, S. Bellino | 8.781 | 23.713,84 |
| 35135 | Altichiero, Sacro Cuore | 8.760 | 24.952,17 |
| 35136 | Chiesanuova, Montà | 11.329 | 24.253,47 |
| 35137 | Centro, Berto Pellegrino, Carmine, L’Europa | 4.065 | 36.410,44 |
| 35138 | Palestro, Porta Trento, Borgomagno | 4.925 | 28.500,60 |
| 35139 | Centro, Piazza Duomo, Dante | 2.827 | 49.312,24 |
| 35141 | S. Giuseppe, Via Sorio | 5.584 | 35.628,05 |
| 35142 | Sacra Famiglia, Mandria, Armistizio | 11.410 | 28.880,34 |
| 35143 | Brusegana, Bassanello | 6.173 | 24.514,65 |
| TOTALE | 152.064 | 28.628,11 |
Elaborazione di una tabella pubblicata sul Gazzettino il 12 maggio 2025, fonte dei dati Adico – Associazione Difesa Consumatori
Richard Wilkinson e Kate Pickett sono due epidemiologi britannici che hanno svolto una monumentale ricerca, pubblicata in Italia con il titolo “La misura dell’anima. Perché le diseguaglianze rendono le società più infelici” (disponibile qui). Il loro lavoro mette a confronto dati raccolti nei paesi “sviluppati” che abbracciano tre decenni. I risultati mostrano come livelli più alti di disuguaglianza di reddito si associno a peggiori esiti sociali e di salute per l’intera popolazione, non solo per i poveri. Wilkinson e Pickett dimostrano che nemmeno chi vive nei ghetti dorati è avvantaggiato dalla diseguaglianza che esaspera ansia, competizione e insicurezza. Secondo i due studiosi, una città “sana” non è quella che ha i grattacieli più alti o i quartieri più lussuosi, ma quella in cui la distanza tra il punto più alto e quello più basso della scala sociale è minima. Solo riducendo questa distanza si possono ridurre la criminalità, migliorare la salute pubblica e rendere gli spazi urbani veramente vivibili per tutti.
“La diseguaglianza trasforma il vicinato da una comunità di potenziali alleati in una gerarchia di potenziali rivali” scrivono i due epidemiologi. Storicamente la città europea è stata immaginata come spazio di integrazione e di innovazione culturale e sociale, dove ricchi e poveri si incontrano. Come questo non sia più vero è il tema su cui si interroga Bernardo Secchi nel libro “La città dei ricchi e la città dei poveri” (disponibile qui) che punta risolutamente il dito sulle responsabilità del progetto urbanistico nell’aggravarsi delle condizioni di ingiustizia e di esclusione sociale. In altri termini, non si tratta di un effetto collaterale involontario, ma di dinamiche in cui strategie di distinzione ed esclusione sono state spesso favorite dallo stesso progetto urbanistico.
Segregazione scolastica
La scuola dell’obbligo è un terreno in cui ricadono con evidenza i caratteri spaziali delle diseguaglianza: una ricerca (disponibile qui) svolta a Milano ha delineato i caratteri di quella che gli autori chiamano segregazione scolastica e cioè la “concentrazione di un gruppo definito da alcune caratteristiche, come per esempio lo status socioeconomico o l’appartenenza etnica, in alcune specifiche scuole e\o classi”.
Si tratta di un fenomeno strutturale nei principali centri urbani esito di due processi distinti: i massicci fenomeni migratori di cui l’Italia è stata oggetto dalla fine degli anni Novanta e l’abolizione del vincolo di residenza che ha liberalizzato le iscrizioni al primo ciclo d’istruzione. Facilmente rintracciabile a Padova è il fenomeno chiamato “white flight”, cioè le strategie di evitamento attuate dalle famiglie italiane nei confronti di istituti ad alta densità di stranieri (solo un esempio qui).
Le nuove residenze di lusso in centro storico e l’ingenuità di Bressa
Di fronte a queste sommarie letture appare quantomeno ingenua la posizione del vicesindaco Antonio Bressa che, a proposito del fenomeno delle nuove residenze di lusso nel centro storico, sottolinea come “queste operazioni rivolte a una fascia di mercato alta, comunque, potrebbero aiutare a evitare che la parte della domanda altospendente si riversi sul mercato abitativo sottraendo ulteriori spazi. Inoltre, è sinonimo di attrattività della città, come luogo bello in cui vivere» (il mattino, 10 febbraio 2026).
Chi amministra la città dovrebbe porsi piuttosto l’obiettivo di alimentare la mixité, il mescolamento, l’abbattimento delle linee di esclusione e sfavorire il più possibile l’esasperato sfoggio dell’uso e del privilegio (per altro bellezza, a cui il vicesindaco fa riferimento, è equilibrio, ricerca del senso condiviso, meraviglia dell’inatteso, cura quotidiana e collettiva del bene pubblico – l’estetica è parente stretta dell’etica – non certo esibizione del lusso).
Secchi sottolinea la necessità di porosità, permeabilità e accessibilità negli spazi urbani e di ragionare nuovamente sulle dimensioni collettive della città. Sono vere e proprie indicazioni verso un progetto urbanistico che consideri la qualità delle relazioni urbane e non solo l’efficienza funzionale o la valorizzazione immobiliare. Diverse gestioni dello spazio urbano possono stabilire diversi confini, tracciare le “cinta murarie” determinando l’inclusione e l’esclusione, la visibilità e l’invisibilità dei soggetti che abitano quello spazio.
Segnali del collasso
Luke Kemp ha passato anni a studiare come e perché le società emergano e collassino (ne leggiamo qui). Nel corso della storia, dice Kemp, le società si sono evolute da comunità egalitarie di cacciatori-raccoglitori verso stati sempre più complessi. Questi sistemi gerarchici, sebbene capaci di grandi conquiste – come infrastrutture, scrittura, commercio – hanno anche drenato risorse e accentuato disuguaglianze. Spesso, segnali come l’aumento della concentrazione della ricchezza, differenze nelle dimensioni delle abitazioni e aumento dei simboli materiali del potere sono indicatori precoci di crisi e collasso.
Precisi indicatori di collasso sono, a suo avviso, l’aumento delle disuguaglianze e il ritorno di oligarchie potenti. Vi ricorda qualcosa?
Nota metodologica L’indice di Gini presentato è calcolato su dati aggregati per classi di reddito, così come presentati negli open data del Ministero. Questa tecnica, pur offrendo una fotografia affidabile del trend, tende a una lieve sottostima della disparità reale poiché non rileva le differenze tra individui all’interno della stessa fascia. Inoltre, per garantire la coerenza statistica tra i diversi anni, sono stati normalizzati i valori della fascia minima (redditi nulli o negativi). Il dato va quindi letto come un’approssimazione prudenziale della reale concentrazione della ricchezza che potrebbe essere più alta.
Foto di copertina: quartieri poveri e quartieri ricchi a Florianópolis, in Brasile. Foto di Gustavo Sánchez da Unsplash