di Gianni Belloni e Romano Mazzon
La diseguaglianza – misurata con il coefficiente di Gini, il principale indicatore statistico utilizzato per misurare le differenze tra i redditi – colpisce soprattutto le città e cresce in fretta.
A PaTreVe cresce la distanza tra ricchi e poveri
Abbiamo preso in considerazione il famoso triangolo Padova, Treviso, Venezia (PaTreVe). I dati mostrano che il divario interno a queste tre città è cresciuto più rapidamente rispetto alla media nazionale negli ultimi vent’anni. Se a livello nazionale l’incremento è stato del 0,38%, nelle tre città PaTreVe, l’incremento dell’indicatore di diseguaglianza dei redditi è stato prossimo o superiore al 2,5%.
| Indice Gini | Padova | Venezia | Treviso | Italia |
| 2003 | 0,4733902404 | 0,4221710652 | 0,4763561266 | 0,4319153482 |
| 2022 | 0,4860841948 | 0,4335991834 | 0,4883548908 | 0,433576062 |
| differenza 2003/2022 | 2,61% | 2,64% | 2,46% | 0,38% |
Dopo aver utilizzato l’indice di Gini per indagare la composizione sociale di Padova e la distribuzione della ricchezza nei quartieri (qui) riprendiamo il ragionamento guardando ad un confronto con altre città del Veneto.
L’indice Gini dovrebbe entrare nella programmazione dei comuni
Pur considerati i limiti nel calcolo di questo indice che tende a sottostimare le reali differenze di ricchezza, l’utilizzo dell’indice di Gini nella comprensione delle dinamiche urbane ci è utile per guardare più che alle povertà, alle relazioni di disparità all’interno della città: una prospettiva più complessa e, a nostro avviso più significativa.
La semplicità prevista per il calcolo di questo indice dovrebbe spingere l’amministrazione a inserire l’indice Gini nei dati di sintesi prodotti dall’amministrazione sullo stato della città: un modo per inserire il tema delle diseguaglianze – fino ad ora assente – nel dibattito pubblico.
Se consideriamo nel dettaglio le tre città troviamo che Padova e Treviso hanno un indice di diseguaglianza superiore alla media nazionale mentre Venezia rientra nella media nazionale. Il dato impressionante è il grado di crescita di questo divario in tutte e tre le città negli ultimi venti anni.
L’aumento registrato indica che una parte della popolazione sta correndo molto più velocemente del resto. Le ragioni di questa dinamica sono in larga parte strutturali. Le aree urbane concentrano sempre di più attività ad alto valore aggiunto, università, servizi avanzati e lavori altamente qualificati. Il risultato è che le grandi aree urbane tendono ad avere indici di disuguaglianza più alti rispetto alle economie nazionali.
L’inserimento dell’indice di Gini nei documenti di programmazione per l’amministrazione sarebbe un modo per non sottovalutare quello che sta avvenendo sempre più velocemente in città.
L’economia dei servizi polarizza: alte competenze da un lato, salari poveri dall’altro
A Padova il terziario – commercio, turismo e servizi – è dominante con il 77% di imprese e il 78% di occupati per un totale di 49.572 imprese e sappiamo come l’economia dei servizi agisca come forza di polarizzazione che tende a premiare le competenze elevate e a deprimere i salari nel settore dei servizi a bassa qualificazione.
Secondo questa inchiesta in provincia di Padova nel 2022 erano 50mila i lavoratori poveri, sotto la soglia degli 11.500 euro all’anno, e le categorie più citate sono proprio quelle dei servizi a più bassa qualificazione: pulizie, portierato, sorveglianza. La tanto celebrata economia della conoscenza non si smaterializza mai del tutto: dietro le vetrine del “valore aggiunto” si nascondono le paghe da fame di chi pulisce gli uffici o consegna le pizze.
E su questo una responsabilità ce l’ha anche la pubblica amministrazione come denunciato dal collettivo Squeert e da Adl Cobas con la campagna “Né polvere né povere” sulla realtà del lavoro povero all’Università di Padova (qui). Che lo sviluppo economico non porti di per sé a sanare le diseguaglianze ce lo dice anche il dato della crescita, concentrata al nord, della povertà assoluta familiare nell’ultimo decennio, quasi raddoppiata dal 2014 (qui). Sulla stessa lunghezza d’onda una ricerca recente (qui) sul rapporto tra crescita del Pil e diseguaglianze nelle province italiane che ha messo in luce come nel centro-nord, all’aumentare del reddito, la disuguaglianza tende infatti a crescere. Anche questo è un dato che ci fa dire che non possiamo affidarci alla crescita economica per sperare di ridurre le disuguaglianze, ma servirebbero nuove, e più incisive, politiche pubbliche predistributive e redistributive.
Il piano inclinato ci sta portando verso una città che non è più una comunità, ma una macchina a due velocità: una che accumula rendita e l’altra che arranca o soccombe.
La forbice si amplia sempre più in fretta: il tema della casa diventa centrale
I dati che pubblichiamo mettono in luce un altro tema: la velocità dell’ampliarsi della forbice della diseguaglianza. Velocità dovuta in gran parte a dinamiche legate all’assetto globale dei poteri (qui), ma che in parte è possibile mitigare, se non contrastare, con politiche locali. Un ruolo centrale, in questo quadro, è giocato dal mercato immobiliare, dato che l’abitazione rappresenta la voce più importante del costo della vita urbana e il suo costo può amplificare o attenuare le disuguaglianze.
Per questo le politiche urbane possono avere hanno un margine di intervento proprio sull’abitare. In gioco non c’è soltanto la forma della città, ma la qualità della cittadinanza. Lo spazio urbano resta il luogo dove si incontrano persone, servizi, lavoro e diritti. Ma è anche il luogo dove le disuguaglianze possono diventare più visibili e più profonde. Da questo punto di vista a Padova abbiamo registrato dei segnali positivi come il trasferimento in house della gestione delle case di edilizia residenziale pubblica o la costituzione dell’Agenzia per l’abitare, ma manca all’appello un punto qualificante come l’introduzione dell’edilizia residenziale pubblica come standard urbanistico che comporterebbe, per ogni intervento di trasformazione e rigenerazione di un certo valore, che i privati mettano a disposizione del comune, gratuitamente, alloggi di edilizia residenziale pubblica.
Garantire il diritto alla città
Decidere come si costruisce e si trasforma la città significa quindi decidere anche chi può abitarla, chi ne beneficia e chi resta escluso. In questo senso la questione delle disuguaglianze urbane non riguarda solo l’economia, ma la politica nel suo significato più concreto: la gestione dello spazio in cui si vive. Il diritto alla città (qui) si traduce nella pratica di un agire politico, nell’esercizio di un diritto che rivendica il raggiungimento di una effettiva democratizzazione dello spazio urbano da realizzare attraverso un rovesciamento delle dinamiche escludenti ed una conseguente ricostruzione dei processi di integrazione sociale intervenendo su interessi consolidati, sui meccanismi della rendita immobiliare, sulle logiche di sviluppo urbano.
Qui la prima puntata dell'inchiesta: "Padova diseguale: la voragine tra i redditi, la scomparsa del ceto medio e l’urbanistica che esclude"
Foto di copertina: un rider consegna un ordine di cibo in bicicletta. Foto di Faris Mohammed da Unsplash