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Ex caserma Romagnoli di Padova, la demolizione mette a rischio la memoria del campo di concentramento

Ex caserma Romagnoli a Padova. Screenshot da Google Maps

di Ernesto Milanesi

Chiesanuova, il cimitero dei luoghi simbolo. L’ex Foro Boario di Davanzo e Cocco dista circa due chilometri in linea d’aria dall’ex caserma intitolata a Mario Romagnoli. Sono entrambi edifici che l’Amministrazione comunale di Padova sceglie di “dismettere” a vantaggio di operazioni immobiliari più che opinabili: da una parte l’ennesimo centro commerciale, dall’altra l’ennesimo studentato.

E a ridosso del 25 Aprile stride maggiormente la demolizione in corso della vecchia caserma di Chiesanuova, che è già diventata un caso nazionale.

Il lager di Chiesanuova ha ospitato anche Boris Pahor (1913-2022) che ammoniva:

«Non bisogna dimenticare mai il fascismo. Non si parli solo di Dachau, perché la persecuzione di noi sloveni è una pagina di storia tutta italiana. A me i fascisti hanno rovinato la giovinezza. A 12 anni mi odiavano e mi impedivano di parlare sloveno. Peggio del crematorio che ho vissuto dopo. A Chiesanuova, come negli altri campi del duce, furono deportate intere famiglie. È uno scheletro nell’armadio. Scoperto da poco, si fatica a raccogliere documenti».

Incontrando gli studenti nell’aula Nievo del Bo’, lo scrittore (che a Padova nel 1947si era laureato in Lettere) non aveva risparmiato l’aperta polemica con la sinistra che aveva “infoibato” le persecuzioni degli sloveni e rimosso altre storie imbarazzanti, come quella di Clemente Lampioni (il partigiano “bandito” impiccato in via Santa Lucia).

Boris Pahor
Boris Pahor

Anche grazie a Pahor era riaffiorato il lager di Chiesanuova.

Le leggi razziali sono in vigore da prima della guerra. Dopo l’8 settembre i fascisti della Repubblica Sociale affiancano i nazisti. Così prima del passaggio dei treni piombati diretti ai forni crematori funzionavano le baracche del campo di concentramento del duce.

All’inizio del 1940 era stato attivato il cantiere per la realizzazione di due caserme militari, inaugurate nel gennaio 1941. La Romagnoli da giugno 1942 diventa “Campo di concentramento per internandi della ex Jugoslavia” che fa capo alla Seconda Armata del Regio Esercito.

Dall’estate 1942 la struttura militare cambia radicalmente funzione: l’area di 25 ettari con 6 grandi “casermette” più altri 10 locali più piccoli era circondata da un muro perimetrale alto 4 metri, con ai quattro angoli le garitte delle guardie armate. A cavallo di Ferragosto, dal campo di Monigo (Treviso) arrivano a Chiesanuova 1.429 deportati, quasi tutti maschi originari di Lubiana. Sbarcati dal treno a Campo di Marte, messi in catene e condotti a piedi al lager di Padova.

Una preziosa ricostruzione storica è offerta da Davide Gobbo in “L’occupazione fascista della Jugoslavia e i campi di concentramento per civili jugoslavi in Veneto. Chiesanuova e Monigo (1942-1943)” pubblicata dal Centro studi Ettore Luccini nel 2011.

A Chiesanuova, da febbraio 1943 c’erano anche prigionieri di guerra destinati al lavoro in provincia: 110 neozelandesi e 510 sudafricani.

Il 14 gennaio 1943 gli ufficiali medici sloveni compilano il rapporto sanitario, destinato al comandante italiano, che recita: «Di 3.115 prigionieri, 1.500 sono quelli che non ricevono nessun aiuto da casa. 101 a causa del completo esaurimento non possono più reggersi in piedi, 338 quelli che mostrano segni evidenti di affaticamento, 529 quelli che presentano segni latenti di affamamento. Sino ad oggi ne sono morti 31, la grande maggioranza a causa della fame. Qui non sono calcolati i 300 arrivati in questi giorni da Arbe, i quali si trovano in uno stato ancora più pietoso. Elenchiamo i dati di insufficienza qualitativa e quantitativa della razione del campo: secondo la tabella spetta ad ogni internato giornalmente una razione che contiene nei giorni senza carne 890 calorie e nei giorni con carne 920 calorie, cosicché il valore effettivo in calorie è ancora minore. Un uomo adulto normale necessita secondo la scienza medica di 2.200 calorie. Oltretutto è subentrato un inverno rigoroso, le stanze sono fredde e umide.  Riteniamo che lasciare le cose come sono significherebbe sacrificare centinaia di internati».

Dall’esterno arriva – nell’inverno 1942-43 – la testimonianza di don Ettore Silvestri, il parroco di Chiesanuova: “Nel campo internati è scoppiata una violenta pestilenza. Ne muoiono tre o quattro al giorno. Si dice che sia dovuta a cattivo trattamento. In una parola, muoiono di fame”.  

Al Cimitero Maggiore di Padova approdano 71 salme di prigionieri, sepolti in due fosse senza registrazione negli archivi…

È lo scenario in cui compare padre Placido Cortese, frate della Basilica di Sant’Antonio e direttore del “Messaggero di Sant’Antonio”, proclamato “Venerabile” da Papa Francesco il 30 agosto 2021.

Il religioso poteva contare sull’aiuto delle studentesse slovene iscritte all’Università. Diventa l’unico contatto diretto dei prigionieri con il mondo esterno. Padre Cortese pagherà con la vita la sua “missione” nel lager di Chiesanuova. Arrestato a tradimento l’8 ottobre 1944 in piazza del Santo, verrà torturato dalla Gestapo a Trieste e il suo cadavere mai trovato.

Di fatto, a Chiesanuova oggi si demolisce la vergogna storica della città. Il lager anti-sloveno, e non solo, troppo a lungo rimosso. Il luogo, per di più, che ha reso venerabile il giovane sloveno entrato nel seminario di Camposampiero e poi novizio al Santo… 

Restano i fatti. Dal giugno 1942, per un anno intero la caserma Romagnoli sperimenta l’angolo buio del lager in camicia nera. Dentro il perimetro, migliaia di perseguitati slavi cercano di sopravvivere. Si organizza l’assistenza e la cura, ma nella primavera 1943 fiorisce perfino il mercato nero: 20 lire per una pagnotta, 4 per una sigaretta.

Fra baracche, tende e celle spunta addirittura una specie di giornale interno: “La giusta verità per gli internati“, testata a sfregio della propaganda fascista nella «Provincia di Lubiana». Ad un certo punto si materializza, pezzo dopo pezzo, un transistor: nel lager riecheggia così, clandestinamente, la voce di Radio Londra.

I documenti certificano la durata del campo di concentramento padovano fino al 10 settembre 1943, due giorni dopo la caduta di Mussolini e la firma dell’armistizio. Non riesce la rivolta dei prigionieri ai danni dei militari fascisti rimasti nel limbo.

Anche a Chiesanuova arrivano i nazisti: prendono possesso dell’intero complesso militare, lager compreso. Ai tedeschi basteranno due convogli ferroviari per trasferire oltre 3 mila prigionieri fino in Croazia. L’ultima tradotta è instradata via Brennero verso Vienna e Zagabria.

Infine, il paradosso che regna a palazzo Moroni.

Il consigliere comunale Gianni Berno (PD) il 25 aprile 2016 aveva presentato la mozione “Un Museo della Memoria presso l’area dell’ex Caserma Romagnoli”, protocollata con il numero 0120873 e mai approdata fino all’aula del Consiglio comunale. Ma era l’epoca del sindaco leghista…

È tuttavia la stessa identica proposta avanzata da Leonardo Barattin, presidente dell’associazione “Viaggiare i Balcani”; padre Giorgio Laggioni, vicepostulatore della causa di canonizzazione di padre Placido Cortese; Luciano Sardena, presidente della Consulta di Quartiere 6A; don Pierpaolo Peron, parroco di Santa Maria Assunta in Chiesanuova a Padova.

Dopo il commissariamento dell’Amministrazione comunale e le elezioni, presentano di nuovo il progetto che hanno messo a punto insieme.

Immagine dal sito di Legambiente Padova

Febbraio 2022: il progetto nei dettagli viene allegato alla mozione depositata in Consiglio comunale e poi sottoscritta all’unanimità.

Così dichiara il sindaco Sergio Giordani nel dibattito in aula: «La proprietà della ex Romagnoli è dello Stato, attraverso Invimit: sono ben 156.000 metri quadrati, metà dei quali, la parte posteriore, sarà ceduta al Comune di Padova mentre il resto sarà invece valorizzato direttamente. Ho già parlato loro di questa vostra, anzi nostra, iniziativa, e si sono dimostrati molto attenti e sensibili».

E si sbilanciava a garantire, più che convinto: «Faremo certamente qualcosa di importante per ricordare padre Placido Cortese – che ricordo ha perso la vita per il suo sostegno alla lotta di liberazione – e per tramandare la memoria delle migliaia di uomini che hanno sofferto in quel luogo».

A distanza di quattro anni, tocca ancora Gianni Berno l’affannosa difesa mentre comincia la demolizione nell’ex caserma: «L’attività dal basso è stata fondamentale. Gruppi territoriali le parrocchie e le scuole del territorio hanno mantenuto viva l’attenzione attraverso eventi che toccano la caserma, il cippo di padre Cortese, il vicino Padua War Cemetery e altri monumenti. Lo stesso comitato ha anche elaborato alcuni anni fa un libro intitolato “Per non dimenticare”, che raccoglie testimonianze dirette di chi visse nel quartiere durante gli anni del conflitto» dichiarava il capogruppo PD il 3 aprile scorso, dopo la denuncia pubblica di Paolo Berizzi sul destino del lager di Padova.

Al di là dell’interesse… religioso di Berno (che fa velo alla persecuzione degli sloveni), procedono comunque le ruspe a beneficio della “rigenerazione” su misura. E l’ennesimo nuovo studentato si profila all’orizzonte, anche a Chiesanuova.

Del resto, agli atti non risultano concrete iniziative per tener fede fino in fondo agli impegni più volte sbandierati in Comune.

Amen?

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