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Padova, quale futuro per la città? Due Grandi Fabbriche e due ipotesi di sviluppo (dall’alto)

Un dettaglio del palazzo dell'Inps in piazza Insurrezione a Padova. Foto di Foto di Riccardo Farinazzo / Unsplash

A breve distanza da “Padova, città delle gru e degli struzzi. Tre storie esemplari” di Ernesto Milanesi, pubblichiamo un secondo contributo su quali direttrici di sviluppo, rispondenti a quali interessi, si possano immaginare per la città di Padova, dove si tornerà al voto amministrativo nel 2027. Il dibattito è aperto (chi volesse proporre nuovi contributi per alimentarlo, può scrivere a laboratorio.inchiesta@gmail.com).

di Gianni Belloni e Ernesto Milanesi

L’idea di far convivere nella medesima area Fiera un hub di ingegneria, lo spazio concerti, l’albergo, la sala congressi e quel che resta degli spazi espositivi sembra figlia di un incubo da post cenone natalizio.

Ma è la nitida fotografia della confusione che domina il futuro della città, il sintomo di un’incertezza più profonda: non è chiaro quale Padova si voglia costruire. E questa non è una discussione astratta, perché si innesta su interessi molto reali che attraversano la città.

Quando si evocano i “poteri forti” che orientano lo sviluppo urbano, ci si riferisce, spesso in modo impreciso, a ciò che nella letteratura sociologica (segnalo lo scritto di Silvano Belligni e Stefania Ravazzi con cui questo articolo è in forte debito) è definito regime urbano: un’alleanza stabile tra politica e attori economico-sociali attorno a un’idea condivisa di crescita, con obiettivi, strumenti e priorità comuni.

Guardando dal cono visuale della Fiera, il regime urbano padovano appare attraversato da visioni e alleanze contraddittorie, quando non apertamente conflittuali.

Le due Grandi Fabbriche

Università e Azienda ospedaliera sono le due sole, vere, grandi “fabbriche” di Padova. Ogni anno iscrivono a bilancio, insieme, ben più di un miliardo di euro. Il Bo conta su oltre 13.000 dipendenti di cui 7.500 donne. Nel complesso di via Giustiniani lavorano 6.728 fra medici, infermieri, tecnici, impiegati. Dunque, quasi 20 mila occupati cui vanno aggiunti i dipendenti dell’ospedale ai Colli e dello IOV (altri 1.375). Fra Ateneo e sanità pubblica, c’è poi un indotto che – di fatto – rappresenta il cardine dell’economia cittadina.

Ma l’attenzione sembra preferire concentrarsi sul Comune. Eppure, il Bo da solo ha speso nel 2024 la bellezza di 67,5 milioni di euro in soli affitti. A cominciare da un milione 386 mila 923 euro e 16 cent nel contratto di locazione con la Fiera per il padiglione 14 di via Tommaseo. Senza dimenticare 266.066 euro pagati, di fatto, a Comunione e Liberazione per le aule di Medicina all’interno del Centro papa Luciani di via Forcellini. Oppure i 67.500 euro incassati dalla Cassa Geometri per i locali di Corso Spagna che ospitano il Centro servizi informatico di Ateneo.

E l’Università (bilancio 2024 da 933 milioni di euro) vanta un patrimonio immobiliare di oltre un centinaio di edifici, non solo di proprietà demaniale come il palazzo centrale, il complesso del Liviano e l’Orto Botanico. Ma soprattutto il Bo è, di fatto, il più diffuso “operatore” urbanistico a Padova in grado di decidere strategie di sviluppo senza trovare un’interlocuzione regolatoria.

Il “censimento” (Codato, De Guttry, Rosina e De Marchi presentato alla Conferenza nazionale Asita 2019) contabilizzava 1 milione e 826.023 metri quadri di territorio occupato dall’Ateneo nella provincia di Padova: aree verdi per il 38% solo grazie agli oltre 348 mila metri quadri dell’Azienda agraria sperimentale di Legnaro.

L’ultima frontiera immobiliare del Bo si schiude con il business degli studentati: non meno di 150 milioni di euro gli investimenti a macchia di leopardo in città. Ha appena aperto il complesso di via Turazza con 230 posti letto, ma entro l’anno dovrebbe essere completato anche quello di via Belzoni (con altri 400). In via del Pescarotto prima della prossima estate se ne dovrebbero aggiungere ancora 350, mentre con 60 milioni si progetta uno studentato da 460 posti letto in viale della Pace. Infine, la proprietà Aspiag-Despar ha rinunciato a costruire nel parco del Basso Isonzo in cambio del futuro studentato nell’ex area Rizzato di via Venezia di fronte a Psicologia.

Si chiama rigenerazione e si legge mega-cantieri. Il Bo aveva sposato l’impresa Carron per l’Orto Botanico versione Expo e il nuovo polo umanistico di via Beato Pellegrino. Dopo il nuovo “hub” di Ingegneria in Fiera (28,5 milioni di euro) i riflettori si spostano nell’ex caserma Piave da riciclare in campus con una spesa annunciata di altri 50 milioni, compresi negozi e ristorazione.

Nel ventennio del “reddito da mattone”, non poteva mancare il nuovo spedale a Padova Est. All’epoca di Gianfranco Galan, nelle tavolate stellate con menù esclusivi, aveva preso corpo la soluzione del project financing da oltre un miliardo di euro. Con Luca Zaia si è cambiato registro, fino a piegare il Bo di Rosario Rizzuto e il Comune di Sergio Giordani al progetto deciso in Regione.

Il cambio della guardia a palazzo Balbi affiderà ad un nuovo direttore generale dell’Azienda ospedaliera il compito di avviare, sul serio, la fase operativa di un altro super-cantiere nella città delle gru e degli struzzi.

Una città-mercato “disputabile”

La fabbrica della città – come fu la Fiat per Torino –, l’Università, rappresenta l’operatore immobiliare per eccellenza, ma si tiene fuori dal perimetro dell’Amministrazione condizionandone comunque pesantemente lo sviluppo.

Gli ordini professionali si tengono distanti dalla contesa, mentre le storiche associazioni di categoria, pur interlocutori forti di Palazzo Moroni, hanno perso influenza con la trasformazione della loro base sociale.

L’attuale assetto economico della città è saldamente terziario – commercio, turismo e servizi – con  il 77% di imprese e il 78% di occupati per un totale di 49.572 imprese. Ma il commercio declina e non poco: dal 2012, erano 2172, al 2024 mancano all’appello 407 esercizi, un quinto, sia in centro che nei quartieri. Mentre si è rafforzata a tal punto la grande distribuzione – solo quelle dedicate al cibo a Padova sono 69 strutture (dati 2022) – da condizionare gli equilibri politici con sconcertante evidenza.

Leonardo Benevolo spiega nitidamente, ne La città nella storia d’Europa, come la forma della città europea – compatta, policentrica, dotata di spazi pubblici e istituzioni urbane – ha avuto un ruolo decisivo nello sviluppo dell’economia occidentale.

Ora siamo ad un cambio d’epoca: nello scavallare del millennio veniva segnalato l’emergere della città (soprattutto delle città medie e delle capitali regionali) come unità di analisi e come soggetto di politica economica. «Città e regioni, sempre più impegnate in negoziati diretti con imprese multinazionali, diventarono gli agenti più importanti delle politiche di sviluppo economico» sottolineava Manuel Castells a proposito di questo processo già avviato negli anni ’90. Invece oggi, più di allora, le città assomigliano sempre più a piste d’atterraggio dei fondi immobiliari impegnati nell’accaparramento della rendita.

«Manca soprattutto a livello politico la consapevolezza che lo sviluppo economico non è riducibile ad una mera crescita quantitativa dell’esistente, ma consiste nell’introduzione di elementi che rappresentino l’acquisizione di vantaggi competitivi rispetto ad altre aree urbane» era quanto scriveva nel lontano 2002 l’economista Maurizio Mistri, aggiungendo che alla città di Padova, manca «una sostanziale convergenza delle caratteristiche da assegnare allo sviluppo cittadino». Siamo ancora lì.

Due ipotesi (con gli interessi…)

Nonostante tutto, da quello che riusciamo a leggere, è possibile rintracciare due direttrici principali, ciascuna sostenuta da interessi, risorse e attori in parte diversi.

La prima la potremo identificare come la Padova dell’intrattenimento e del turismo. Eventi continui, convegnistica, Urbs Picta, spazi culturali (o presunti tali) all’ex Macello, in Fiera, al Castello, il Du30, la spinta sul turismo e persino la nascente Fondazione per il turismo: tasselli di una strategia che immagina Padova come una “macchina dell’intrattenimento”.

L’Amministrazione comunale – in particolare l’Assessorato alla cultura con il sostegno del sindaco – sta accelerando in questa direzione. Condividono questa rotta i settori tradizionali del commercio e parte dell’Università, che ha investito molto in musei e divulgazione scientifica. Anche la Chiesa ci mette del suo ché il turismo religioso non va disdegnato.

A loro si sommano gli attori della rendita immobiliare – sono 7.894 le società del ramo immobiliare in provincia -, non dimentichiamo che il fenomeno della turistificazione va interpretato non come effetto collaterale, ma come parte integrante di una ristrutturazione del valore immobiliare nelle città. Senza dimenticare il business direttamente legato alla cultura e all’intrattenimento, sia profit che non profit.

Un altro filone poggia sul grande patrimonio di conoscenze, esperienze ed interessi che ruota attorno all’Università. L’idea è quella – detta semplice – che Padova sia epicentro dell’innovazione a favore del tessuto produttivo del nordest. Idea nata a metà degli anni ‘80 – sono di quegli anni il Consorzio Padova Ricerche (1987) e dell’Azienda Speciale Tecnopadova (1988) – oggi uno dei pilastri di questa strategia è il Galileo Visionary District.

Nata nel 2016, la struttura – fatturato da 1.942.196 euro, 50 collaboratori fra dipendenti e collaboratori – conta al suo interno una scuola di design, una sezione dedicata ai materiali innovativi, una al marketing e condivide con l’Università di Padova Start Cube, un incubatore d’impresa. Il capitale sociale è di 937.465 euro ed è sostenuto in particolare da Cna, Camera di Commercio, Assindustria Veneto Centro e Fondazione Cariparo, Università di Padova. Da un anno si sono aggiunte Ascom, Confartigianato Veneto e un fondo di venture capital. Presidente è Paolo Giopp – un solido curriculum – già direttore di Confindustria Padova, di Veneto Sviluppo ed ex membro del CdA della Fondazione Cariparo.

Il Galileo Visionary District vanta una partecipazione per 560mila euro, al 35%, in Le Village by CA Triveneto Srl un altro incubatore con sede nella Cittadella della Stanga e sostenuto dalla francese Crédit Agricole. Da citare anche lo Smact Competence Center costituito nel 2018 e sostenuto da otto Università del nordest, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, la Fondazione Bruno Kessler, la Camera di Commercio di Padova e 29 aziende private. La mission è “impresa 4.0” attraverso formazione, orientamento e cofinanziamento di progetti di ricerca e sviluppo.

Una variante di questo filone lo potremo chiamare “Padova città della salute” con l’Università come protagonista principale. L’impresa simbolo in questo contesto è il nuovo ospedale a Padova Est con tutti i suoi corollari legati alla valorizzazione immobiliare dell’area.

Il nuovo “Ospedale della mamma e del bambino”, calato sulle mura cinquecentesche, così come la suddivisone di funzioni tra presidi ospedalieri vecchi e nuovi, sono il simbolo di una strategia che dispone di risorse e poteri significativi – inclusa una Fondazione Cariparo sempre più allineata all’Università –, ma che sconta l’assenza di una visione condivisa e di un quadro regionale aggiornato (l’ultima programmazione sanitaria risale al 2004).

Ancorati all’Università, all’azienda ospedaliera e ai diversi centri di ricerca – Cnr, Vimm, Istituto Zooprofilattico – si sono sviluppate diverse realtà imprenditoriali, 364 aziende padovane attive nel biomedicale, il 23% del Veneto, con 1.666 addetti (dati 2024).

In Fiera viene ospitata per il secondo anno – pare con un discreto successo – la manifestazione Circular Medical Expo – Innovation for Global Health con al centro temi come salute circolare, ospedale del futuro e medicina digitale. Ma assai politicamente più significativa è la manifestazione – assai voluta ed ispirata dalla Regione targata Luca Zaia – chiamata World Health Forum Veneto, tre giorni di convegni scientifici con vocazione divulgativa sul futuro della medicina. A partire dalla valorizzazione del modello veneto, ça va sans dire.

Vale per entrambe le direzioni di marcia il decisivo investimento pubblico in termini sia di risorse economiche che territoriali e sociali. Vale per entrambi le direzioni di marcia – con gradazioni diverse – l’orizzonte della crescita economica (anche nel caso sia anteposta alla qualità sociale e ambientale). Vale per entrambi le direzioni di marcia uno stile di governo che antepone le pressioni di gruppi ristretti rispetto alla partecipazione dei cittadini.

In copertina: un dettaglio del palazzo dell’Inps in piazza Insurrezione a Padova. Foto di Riccardo Farinazzo su Unsplash

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