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Padova, città delle gru e degli struzzi. Tre storie esemplari

Foto di Wolfgang Hasselmann / Unsplash

di Ernesto Milanesi

Una società “mista”. Un’impresa finanziaria. Una banca.

Tre evidenze di altrettanti crac che hanno contrassegnato la Padova del “ventennio” di amministrazione prima con il centro-sinistra sussidiario e oggi con il civismo degli interessi composti.

La città sembra rimuovere la spietata lezione sulla sua classe dirigente, i suoi “salotti buoni” e i suoi imprenditori.

È l’altra faccia della medaglia dell’immagine stereotipata di Padova ben governata, ispirata, prospera.

Forse, la cronaca della storia recente regala più di uno spunto di riflessione sul destino di Padova, quando non ci si preoccupa abbastanza di verificare fino in fondo la propaganda delle informazioni a senso unico.

Il “caso” di Interporto Spa

Interporto Spa rappresenta la sintomatica vocazione della città delle gru & degli struzzi.

Chi l’ha governata dal 2008 per quasi un decennio attualmente guida l’amministrazione comunale al secondo mandato. Allora concluse la fusione per incorporazione di Magazzini Generali (il solo ente controllato direttamente dal Comune), oggi prospetta la “sinergia” assai meno convincente con la Fiera…

Lo stato di salute della società con sede in Galleria Spagna 35 e con 90 dipendenti (tre dirigenti, sei quadri, 43 impiegati e 38 operai) è cristallizzato nel Bilancio 2024, presentato all’assemblea dei  soci il 29 aprile scorso accompagnato da una ventina di pagine della relazione firmata dal presidente Luciano Giovanni Greco.

Sono conti, numeri, tabelle che dipendono anche dall’acquisizione patrimoniale dello storico Consorzio Zona Industriale: «Il capitale sociale ammonta alla fine dell’esercizio a euro 44.929.355, diviso in 8.985.871 azioni da euro 5 nominali cadauna, tutte ordinarie e interamente versate. L’incremento di 7.848.705 deriva dal concambio definito per l’incorporazione dell’ex Consorzio ZIP» si legge.

Tuttavia, Interporto Spa continua a convivere con una montagna di debiti. Lo conferma inequivocabilmente proprio il Bilancio 2024. Si tratta complessivamente di 105,3 milioni di euro: 86.368.370 di euro con le banche (di cui 77 milioni pesano oltre l’esercizio più 41,6 milioni oltre i cinque anni) e altri 7.919.730 di euro nei confronti dei fornitori.

Non basta, perché Interporto Spa ha contratto mutui ipotecari per 122.443.970 di euro con Cassa di Risparmio di Bolzano, Banca Popolare Etica, Crédit Mutui ipotecari Agricole, Friuladria, ICCREA Banca Impresa, Cassa Depositi e Prestiti, Banco di Desio, Banca Popolare di Sondrio e Banca di credito cooperativo Adria Colli Euganei.

A garanzia sono stati, appunto, ipotecati immobili e terreni: dalle celle frigo con magazzino di Corso Stati Uniti al nuovo centro cottura, dal primo stralcio della Cittadella della logistica al quarto stralcio del Nuovo Grande Terminal di via Inghilterra, fino all’area del raccordo ferroviario dismesso…

Infine, un eloquente passaggio del Bilancio 2024: «A garanzia del finanziamento chirografario concesso dalla Cassa Depositi e Prestiti la Società è stata garantita, da apposita fideiussione a firma della CHERRY BANK S.p.A. per un ammontare pari a 3,3 milioni di euro. Il rilascio è avvenuto con iscrizione di garanzia ipotecaria del valore di 3,5 milioni di Euro, sui seguenti beni: 1° fabbricato Corrieri in via Panama 1; e dal 23 al 28 unità facenti parte del Centro Direzionale Torre B in Galleria Spagna 15, 17/18, 35 e 36/37».

Due “bolle” sintomatiche

Il fondo e la banca.

Due “imprese” sintomatiche nella città dei salotti.

Est Capital Società di gestione del risparmio e Banco delle Tre Venezie.

La prima nasce il 16 luglio 2003 davanti al notaio Nicola Cassano con Gianfranco Mossetto e Amedeo Levorato.

Negli uffici ovattati al civico 7 di via Carlo Leoni si respira l’orgoglio del mitico imprenditore fai-da-te che si applica con naturalezza alla Grande Finanza. EstCapital Sgr diventa il “salvadanaio” protetto da occhi indiscreti: 850 milioni di euro raccolti attraverso 18 fondi, immobiliari e non, fra circa 200 investitori “qualificati”.

Una montagna di soldi affidata alla holding che fa capo a Mossetto (ex assessore nella giunta Cacciari e professore di Scienza delle finanze a Ca’ Foscari), alla famiglia Tosato (pellicciai padovani di provincia convertiti al business immobiliare) e a Palladio Finanziaria (lo “strumento” del vicentino Roberto Meneguzzo).

Nel 2012 le ispezioni della Guardia di finanza si concludono con verbali che certificano elusioni fiscali per 17 milioni.

E il 21 maggio 2014 il ministro Pier Carlo Padoan firmato il decreto numero 40906: in base alla documentazione di Consob e Bankitalia, scioglie tutti gli organismi di EstCapital Sgr, già sanzionata da una raffica di multe…

In portafoglio 1,2 miliardi compreso il fondo collegato alla gestione di Excelsior e Des Bains al Lido di Venezia, poi ceduto a Hines. Fin dal 2011 e 2012 i bilanci della Sgr si erano chiusi con passivi di 16,5 e 11,5 milioni di euro.

Nel 2017 l’accordo per la ristrutturazione dei debiti di Est Capital era stato predisposto dall’avvocato Giovanni Tagliavini, il 13 luglio eletto presidente del consiglio comunale con 21 voti su 33 presenti nell’aula di palazzo Moroni.

Del resto, sarà lo studio di commercialisti Cortellazzo&Soatto con sede in via Porciglia a curare la liquidazione della Sgr.

Banco delle Tre Venezie è la Spa costituita il 24 luglio 2006 al Centro convegni Me.Di.Val. in via Donà 9 a Padova, di fronte al notaio Lorenzo Todeschini Premuda che annota come indirizzo nel Registro delle Imprese via Croce Rossa 42.

Soci, grandi e piccoli: sono 80 che sottoscrivono 26 milioni di euro di capitale. Costruttori edili: da Basso Srl a Policarpo Gallo (titolare della Belvedere di Loreggia), da Aurelio Santinello dell’omonima impresa di costruzioni a Caselle di Selvazzano, fino a Mauro Bertani nel Piovese e Cazzaro Costruzioni di Trebaseleghe. Poi società anonime con sede in Lussemburgo, consulenti del calibro di Delta Erre Spa, il Banco Espìrito Santo di Lisbona (che verrà salvato dal fallimento nel 2014) e la Cassa di Risparmio di Cento insieme ai vongolari di Chioggia, a Francesco Canella dei supermercati Alì e al management delle Acciaierie Venete.

BTV apre sportelli a Mestre, Treviso, Verona, Vicenza. Una settantina di addetti e vanta mezzo miliardo di euro di raccolta diretta.

Affianca il Bo di Giuseppe Zaccaria nell’operazione “Nuovo Orto Botanico” all’epoca di Expo 2015.

Rilascia 13 milioni di euro di fideiussione a Interporto Spa per quattro gru a portale.

BTV conquista nel 2016 il premio di “migliore banca veneta” da Milano Finanza, peccato che nel maggio 2017 la Consob, la Commissione nazionale per le società e la Borsa, sanziona l’intero CdA «per mancata trasparenza nei confronti della clientela» con complessivi 173 mila euro di multe.

È l’inizio della fine, ben prima del Covid-19.

In BTV i conti non tornano. E si va a caccia di capitali, perfino cinesi. Project Group Asia Investment: la società-madre risulta registrata il 20 gennaio 1993 nelle Isole Vergini, offshore. Per di più ha scelto lo studio legale di Mossack Fonseca, chiuso in seguito ai Panama Papers.

Ma non si conclude nemmeno la trattativa con l’ex ministro Corrado Passera che guida Illimity Bank.

In compenso BTV trova Giovanni Bossi che mette la sua ciliegina sul faldone di documenti nell’estate 2020: “fusione per incorporazione” con Cherry 106.

Bossi ha in mano il 51%, mentre il portoghese Novo Banco si è diluito al 10% e Credem ha il 5% circa.

Così dopo Antoniana e CassaRisparmio, Padova “chiude” un’altra banca.

Oggi c’è Cherry Bank in via San Marco che in aprile ha aperto il cantiere del “nuovo headquarter” da 18 milioni, progettato dallo studio Zanon Associati.

La vocazione della banca si chiama Npl, Non performing loans. Crediti deteriorati o prestiti non performanti. Tradotto: mutui, finanziamenti e prestiti che non vengono più saldati regolarmente alle banche.

Dopo un solo anno di attività a Padova, Cherry Bank possiede asset deteriorati acquisiti per 3,7 miliardi di euro nominali. Crediti acquisiti principalmente unsecured  per 191 mila posizioni debitorie, originate per oltre l’85% dal segmento bancario, mentre il resto riguarda il credito al consumo.

In copertina: Foto di Wolfgang Hasselmann su Unsplash

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