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Piano Interventi Padova, Calimani: «Stop consumo di suolo? Un miraggio»

Abbiamo intervistato Luisa Calimani perché ci raccontasse cosa pensa del Piano degli Interventi che il Comune di Padova si sta apprestando a comporre. Si tratta di un punto di vista autorevole: urbanista, ha ricoperto anche importanti cariche politiche. Già deputata, consigliere regionale, è stata assessore alla casa, al verde e alla politica delle periferie del Comune di Padova nella prima giunta guidata da Flavio Zanonato. Grazie a lei, tra le altre cose, è stata perimetrata a parco l’area del Basso Isonzo (decisione contraddetta dalle scelte delle giunte di centro destra e centro sinistra che si sono poi succedute). Oggi fa parte del Gruppo Urbanistica di Coalizione Civica di Padova.

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Vorremmo avere un tuo giudizio sul “Documento del Sindaco” relativo al nuovo Piano degli interventi che è stato illustrato il primo marzo di quest’anno. Come Lies abbiamo scritto riguardo alla parte del dimensionamento dell’espansione dell’edificato, cioè sui tanti metri quadri di nuova edificazione previsti, ma con te vorremmo parlare degli aspetti qualitativi del Piano.

Il Documento del Sindaco come è previsto dalla legge anticipa il Piano degli Interventi. È un documento importante, è la visione della città da parte dell’amministrazione. “Il piano regolatore è un atto politico tecnicamente assistito”, questa bellissima definizione coniata da Francesco Indovina chiarisce l’equivoco per cui sembra che il Piano Regolatore sia una questione esclusivamente tecnica, si tratta di un preconcetto che allontana i cittadini dal partecipare alle scelte urbanistiche che riguardano il loro luogo di vita. In realtà si tratta di decidere la città che vogliamo, è come quando devi costruirti la casa: devi sapere dove la vuoi, in mezzo alla campagna o al decimo piano del grattacielo. Il Documento del Sindaco è in sostanza la visione della città futura e dev’essere la guida per i tecnici, che sono stati selezionati attraverso un bando, affinché traducano con questa visione.

In questo documento, che a mio avviso manca di una visione di città, di un “progetto per Padova” anche nella sua collocazione regionale, credo ci sia il “contributo” di alcuni tecnici dell’Ufficio di Piano.

Questo Documento del Sindaco, a mio parere, parte con una visione arretrata dell’Urbanistica, come se non ci fosse stato lo scoppio della bolla immobiliare, come se non ci fosse la pandemia, come se mancasse la consapevolezza di un nuovo bisogno di città e di tutela dell’ambiente che è ormai un’esigenza improcrastinabile largamente diffusa. Comincia con un elogio alla legislazione urbanistica della Regione, valutando positivamente alcuni provvedimenti come il Piano Casa che ha degli effetti deleteri sulla morfologia del tessuto urbano ed è un sopruso nei confronti delle competenze istituzionali dei Comuni.

La seconda cosa che desta una certa preoccupazione e che il Documento propone è la “densificazione”, ovvero l’occupazione degli spazi liberi con il cemento. Questa parola è la premessa di una catastrofe urbana. Abbiamo appreso con l’esperienza del Covid l’estrema importanza di spazi verdi vicino a casa. Il verde deve intrecciarsi a tutto l’edificato, essere in mezzo, costeggiarlo e non deve succedere che per fare prendere un po’ d’aria a mio figlio io debba prendere l’automobile per raggiungere un parco lontano.

Dobbiamo fare un salto culturale, capire che la città dev’essere trasformata e rivedere gli spazi urbani secondo un modello diverso, penso alla città dei 15 minuti della sindaca di Parigi Anne Hidalgo, una città come arcipelago di insulae o di borghi, come li chiama Stefano Boeri (il cui studio di architettura è parte del raggruppamento di imprese che si è aggiudicato l’appalto per la redazione del Piano degli Interventi, ndr), in cui la gente deve trovare vicino a casa il verde e tutto ciò che le serve: negozi di prima necessità, farmacie, spazi comuni…

Ma questo modello di città, decentrata, policentrica, non c’è nel documento del Sindaco?

Loro dicono che c’è. Ma poi quando parlano di densificazione, sai cosa significa? Vuol dire occupare tutti gli spazi liberi, dentro il tessuto edificato, con costruzioni, con condomini, con casette. Allora dove ti resta il posto per il verde, per le attività collettive, qualcosa che rafforzi il legame di comunità che abbiamo visto essenziale durante la pandemia? Se tu occupi gli spazi liberi in un paese mediterraneo come il nostro in cui si può stare fuori di casa almeno 6-7 mesi all’anno, togli spazio alla vita dei cittadini, alla città pubblica che è sempre più aggredita dalla crescente privatizzazione. La densificazione è negativa per due ordini di motivi: toglie il verde che si intreccia con l’abitato di cui abbiamo bisogno anche per motivi estetici, perché vogliamo vedere il mutare delle stagioni nelle chiome degli alberi, e per motivi di salute. È il suolo che cattura la CO2, insieme agli alberi che producono l’ossigeno che respiriamo. Si finge di ignorare che gli alberi sono gli unici a produrre l’ossigeno che c’è nell’aria. Non lo ricavi dal cemento. L’inquinamento (che il verde contribuisce ad abbattere) per cui la pianura padana è al primo posto in Europa, è stato definito l’autostrada per il Covid. La salute mi sembra un buon argomento e un buon motivo per difendersi dalla cementificazione.

Tuttavia, leggendo da profani il Documento del Sindaco pare che le esigenze dell’ambiente, della qualità urbana siano ben presenti.

Anche l’Unione Europea parla di “densificazione”, ma aggiunge “senza consumo di suolo”, qui no, nel documento del Sindaco manca questa “piccola” specificazione. Così densificare significa trasformare uno spazio libero permeabile in un cubo di cemento grande o piccolo che sia. Altro proposito del Documento è quello di “riqualificare il verde esistente”, ma non parla mai di aumentare il verde! Tutti quegli spazi non edificati, ancora permeabili, che permettono all’acqua di filtrare nel sottosuolo riducendo i sempre più frequenti allagamenti di strade e piani interrati, e che hanno una funzione ecologica ineguagliabile, che fine faranno? Li cementifichiamo? Il Documento del Sindaco non ha mai espresso l’obiettivo di aumentare il verde, ma solo di riqualificare l’esistente. Non basta. Questi elementi secondo me ci dicono in quale direzione vogliono portare il Piano degli Interventi. Lo stop al consumo di suolo è un miraggio.

Dopo l’esposizione del Documento del Sindaco dovrebbe iniziare il processo di definizione del Piano, ora cosa sta succedendo?

C’è un articolo della legge regionale urbanistica che dice che i Piani decadono dopo 5 anni. Noi abbiamo chiesto, appena si è insediata la Giunta, che si procedesse subito con la stesura del nuovo Piano. A Padova abbiamo ancora il Piano Regolatore del 1974 che prevedeva 20mila abitanti in più. Quando si è insediata la nuova amministrazione il Gruppo Urbanistica di Coalizione Civica ha chiesto che si iniziasse subito a farlo. Hanno aspettato tre anni senza muoversi e adesso dicono che c’è fretta e che non si sa quanto spazio si darà alla partecipazione, che è invece un elemento fondamentale per la qualità del Piano.

Una volta passati i cinque anni, e quindi a fine maggio di quest’anno, la legge prevede la decadenza di tutto, servizi e previsioni edificatorie contenute nel Piano, tranne i Piani Attuativi già approvati che per Legge non decadono (abbiamo chiesto di conoscerli ma dopo un mese non ne abbiamo ancora notizia). Bene, abbiamo davanti un foglio bianco (sul non edificato) in cui possiamo iniziare a disegnare la città che sogniamo da decenni e che non si è realizzata perché la rendita ha prevalso sugli interessi dei cittadini. Ma neanche ora si vuole approfittare dell’occasione che fornisce la legge e l’amministrazione sta facendo tre bandi per chiedere a tutti quelli che sono titolari di Piani Attuativi adottati, o a chi è proprietario di aree in cui si prevedeva l’edificazione, che cosa vuole fare, se vuole costruire e che cosa. È un modo per far sì che tutti sappiano che le vecchie previsioni edificatorie stanno per scadere e si attivino per richiedere nuovi interventi. Così crei un’enorme aspettativa.

L’iniziativa di questi bandi è già passata in Giunta e in Commissione. L’amministrazione dice che poi sulla base di queste proposte verrà dato un punteggio rispetto agli obiettivi dell’amministrazione stessa. Ma quali obiettivi, se non è ancora stata elaborata una visione della città, tracciate le linee del mosaico, inquadrata la struttura portante del nuovo Piano degli Interventi? Questo è un modo per chiedere ai privati con le loro proposte di “guidare” e indirizzare l’amministrazione comunale. Non c’è in questo atto, succube dell’inarrestabile consumo di suolo, nulla di democratico, perché non è democratico che i privati decidano il destino di questa città. Dire che si vuole il consumo di suolo zero, ma poi fare i bandi, è una palese contraddizione: o una cosa o l’altra. È una cosa di cui non andar fieri in una città che vanta già un primato per suolo consumato. Dicono che sono obbligati a farlo, ma non è vero. È obbligatorio solo dopo che è stato fatto il Piano degli Interventi, non adesso, e solo se nel Piano sono previste aree di nuova espansione (cosa non auspicabile) l’amministrazione può mettere in competizione fra loro, attraverso un bando, le aree soggette a strumenti attuativi.

Eppure gli indirizzi della Giunta facevano ben sperare…

Erano bellissimi, il programma di Giunta era mirabile, l’obiettivo era di azzerare il consumo di suolo, ma quando la Regione ha imposto il limite di 38 ettari, il Comune ha chiesto di aggiungerne altri 200. È una bugia che siano stati costretti a farlo, l’hanno voluto e sono stati accontentati. Mi limito a descrivere fatti sconfortanti.

Oltre ad essere un’affermata professionista nel campo urbanistico hai anche fatto politica. Come mai secondo te le istanze collettive della qualità urbana e dell’ambiente non riescono ad incidere e “vincono” la rendita e le espressioni politiche che la rappresentano?

Il potere del denaro è ancora dominante, la classe politica è spesso guidata da interessi economici che a volte confliggono con gli interessi dei cittadini. Un buon amministratore sa da che parte stare. Inoltre l’inesperienza, e il non accorgersi di non averla, rende più facile soccombere ai poteri forti, della speculazione e della rendita, che condizionano spesso le scelte. La voce dei cittadini, se critica o solo propositiva, dà spesso più fastidio che piacere. Ma chi amministra non è proprietario della città, la proprietà è della gente che la vive e che ha il diritto di partecipare alle scelte che riguardano costruzione del proprio habitat urbano.

Intervista a cura della redazione di Lies
Foto: Luisa Calimani, tratta da www.associazionevilladraghi.org

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