di Ernesto Milanesi
Nel mazzo infinito dei festival estivi, spicca il “jolly” dell’edizione numero 12 dell’appuntamento a Modena (23-27 settembre 2026) con DIG ovvero Documentari, Inchieste, Giornalismi.
Il titolo Bella ciao esplicita la resistenza all’uniformità stereotipata del pensiero dominante, non solo in politica. Del resto, DIG Festival è la creatura di Alberto Nerazzini che da sempre interpreta la cronaca come “cane da guardia” dei poteri più o meno forti. «La limitazione del diritto di critica è il primo sintomo delle epoche autoritarie» ribadisce l’home page di DIG in perfetta sintonia con il presidente dell’associazione che promuove il Festival di Modena. «Si esprime torcendo la libertà di parola fino a renderla fragile, obbediente, collusa. La democrazia muore insieme al dissenso: non sopravvive alla sua soppressione».
Della chiamata alla resistenza parla Francesca Coin, 41 anni, sociologa che fa parte del direttivo di DIG: «Siamo partiti da due ordini di considerazioni. La prima riguarda ciò che sta accadendo nella società: limitazioni al diritto di manifestare e scioperare, precarietà e pressione economica restringono gli spazi del dissenso e cercano di reprimere le forme di critica. La seconda riguarda il mondo della cultura e del giornalismo: precarietà, azioni legali intimidatorie, querele per diffamazione e, nei casi più gravi, violenze, minacce e aggressioni contribuiscono a limitare la libertà di parola e di informazione» evidenzia.
L’arretramento della libertà di espressione e di informazione
E subito argomenta con logica ineccepibile: «Negli ultimi due anni DIG ha denunciato la mancanza di tutela della libertà di stampa nelle zone di guerra e il numero senza precedenti di giornalisti uccisi in Palestina e nei territori occupati. Ma quest’anno abbiamo assistito a un arretramento della libertà di espressione e di informazione anche nei contesti considerati di pace. L’ultimo esempio è Objection, la startup fondata dall’imprenditore australiano Aron D’Souza insieme a Peter Thiel, che promette di consentire “a chiunque di combattere la stampa come farebbe un miliardario”, utilizzando l’intelligenza artificiale per analizzare il lavoro dei giornalisti e produrre una sorta di giudizio parallelo. Volevamo portare l’attenzione su questo scenario. La limitazione della libertà di stampa è spesso il primo segnale delle derive autoritarie. Per questo l’edizione 2026 è una chiamata alla resistenza. Ci interessa mettere al centro il processo di liberazione che nasce dalla presa di parola collettiva, dentro e fuori dal mondo dell’informazione. È un invito a riconoscere la forza che nasce dal confronto, dal dissenso e dalla partecipazione, e a farne parte».
Un omaggio alla storia dell’inchiesta sociale in Italia
Si torna, dunque, all’inchiesta come libertà di informare, documentazione critica, narrazione dissidente. Un “metodo” con più declinazioni: «Ci sono molti modi diversi. Per rimanere all’interno del Festival, quest’anno vogliamo omaggiare proprio la storia dell’inchiesta sociale in Italia, cercando di riprendere una tradizione che è stata capace di restituire ritratti popolari ricchi e toccanti, ma negli anni gradualmente è andata persa, spesso sostituita da fredde ricostruzioni quantitative, che non ci danno più il polso dell’emotività sociale» anticipa Francesca Coin. «Vogliamo recuperare questa tradizione non solo per imparare da ciò che è stato scritto nei decenni, ma per rigenerarla e renderla nuovamente attuale in Italia».
La ricerca illumina le zone d’ombra e restituisce l’essenza dei fenomeni: «DIG è un Festival di giornalismo investigativo, un mondo che io conosco da osservatrice e quindi posso parlarne solo limitatamente. Negli anni abbiamo visto inchieste importanti nel mondo della finanza, basti pensare a indagini come Panama Papers e Pandora Papers, tese a ricostruire i flussi finanziari che spiegano la diseguaglianza odierna» insiste Francesca Coin.
«Se pensiamo ai Pandora Papers, una delle più grandi inchieste giornalistiche sulla finanza offshore, raccontano come capi di Stato, politici, imprenditori, celebrità e criminali abbiano utilizzato società in paradisi fiscali per spostare patrimoni, acquistare immobili, ridurre il carico fiscale o mantenere riservata la proprietà dei beni. È un modo come un altro per svincolare i grandi capitali dai doveri inderogabili di solidarietà sociale della democrazia attraverso l’evasione fiscale, il riciclaggio o l’occultamento di patrimoni. Questi sono i temi centrali a DIG: sono quelli su cui lavora Alberto Nerazzini, e ci sono troppe poche inchieste e troppe poche persone che hanno il coraggio di dedicarvisi. Per questo vogliamo che questi temi restino al centro».
Il lavoro e il rischio di sostituzione della manodopera con l’intelligenza artificiale
Invece, radiografare il lavoro nell’epoca della robotica è materia della sociologa. Davvero siamo al tramonto della mano d’opera a favore della produttività artificiale? «Per quanto riguarda l’Italia e, più ampiamente, Europa e Usa, questo è certamente il tentativo. Il modo in cui si parla di IA è quasi interamente finalizzato alla mera sostituzione della manodopera. È, per molti versi, un modo per trasformare la tecnologia in uno strumento sofisticato della guerra contro la classe lavoratrice, ennesimo costoso esorcismo della lotta per i diritti nata dagli anni ’60 e ‘70. Ma non è detto che debba essere così. Non è così, ad esempio, in Cina, dove si lavora a un’integrazione delle tecnologie più avanzate nella produzione e nella riproduzione, fin dalla revisione dei programmi didattici nella scuola. Oggi gli Usa sono disposti a sacrificare il pianeta, i diritti e l’ambiente in una corsa sfrenata per competere contro la Cina. E questa modalità di procedere, esautorando la società da ogni forma di partecipazione democratica, si preannuncia fallimentare da ogni punto di vista: ambientale, sociale e anche economico» risponde l’autrice di “Le grandi dimissioni” (Einaudi, 2023) che ora dirige la collana “Infedeli” per DeriveApprodi.
Mafie e criminalità globale
Infine, le mafie e la criminalità globale che rappresentano l’altra faccia della terza guerra mondiale a pezzi. «Entrambe prosperano nei vuoti lasciati dalle crisi economiche e dall’indebolimento delle istituzioni. Le mafie odierne controllano rotte commerciali, manodopera, grandi opere e risorse naturali, riciclano capitali e approfittano dell’instabilità per espandere il proprio potere. In questo senso prosperano nelle dinamiche di frammentazione, nella competizione per il controllo dei territori e delle risorse, e nella progressiva erosione dello stato di diritto. Comprendere le connessioni è una delle sfide centrali, perché si tratta di un’infrastruttura sociale che avanza all’arretrare della democrazia».
Francesca Coin ragiona a voce alta e conclude così: «DIG è un animale strano, che ha un focus primario e centrale sul giornalismo investigativo ma abbraccia il mondo ampio della cultura e del lavoro, aggregando artiste/i, attiviste/i, sindacati, visionari/e e cani sciolti, pezzi di società trascurata e arrabbiata, e ha trovato negli anni una vocazione di visione e ricomposizione sociale» afferma in vista della nuova edizione del Festival.
Tra inchiesta e attivismo
«È uno spazio a cui avvicinarsi per fruire, in primo luogo, delle migliori inchieste giornalistiche prodotte a livello globale, per ascoltare giornaliste e giornalisti radicali che sono stati disposti a mettere in gioco tutta la vita per fare il proprio lavoro e esporre gli abusi del potere. È anche, e non secondariamente, uno spazio in cui tessere relazioni lavorative e politiche, mosse dall’idea di fondo che nessuno si salva da solo e che soltanto insieme è possibile realmente cambiare il corso della storia. In questo senso è un animale strano, perché è un Festival ma non solo, che si occupa di giornalismo investigativo ma non solo, in cui l’inchiesta sconfina continuamente nei quartieri e nelle lotte della vita popolare, mossa da una sensibilità politica e poetica allo stesso tempo».