di Manuel Trevisan
Quello dei suicidi in carcere è un tema urgente che interroga le istituzioni e la società civile sullo stato di salute del sistema detentivo in Italia. I dati degli ultimi anni sono allarmanti ed evidenziano un aumento dei detenuti che si tolgono la vita. Dal 2021 al 2025 il numero di suicidi in carcere è aumentato complessivamente del 35,6%, con alcune oscillazioni intermedie.
Secondo il dossier “Morire in carcere” di Ristretti Orizzonti, il 2024 ha registrato il numero più alto di suicidi dal 1992, con 91 decessi. Anche il 2025 ha rilevato numeri drammatici: a togliersi la vita tra le mura carcerarie sono state 80 persone (6 in Veneto, di cui un minore). La tendenza non sembra essere diversa nel 2026: in meno di due mesi già 7 persone hanno compiuto il gesto estremo. Di queste, 2 erano detenute al Due Palazzi di Padova. Secondo gli esperti si tratta di un campanello d’allarme che invita con urgenza a ripensare al sistema detentivo italiano, già condannato a più riprese dall’Unione Europea per violazioni legate alle condizioni carcerarie e al trattamento dei detenuti.
Due suicidi in 36 ore
Secondo Ristretti Orizzonti, nei primi due mesi del nuovo anno a togliersi la vita nelle carceri venete sono state due persone, entrambe detenute alla Casa di Reclusione di Padova. In 36 ore, Pietro Giuseppe Marinaro, 73 anni, e Matteo Ghirardello, 33 anni, si sono suicidati. Il primo a seguito dell’improvvisa notizia di trasferimento dalla sezione di alta sicurezza in cui era recluso da diversi anni. Il secondo per motivazioni ancora da accertare.
Pietro e Matteo hanno vissuto traiettorie biografiche differenti; hanno affrontato la pena detentiva in modo diverso, e hanno compiuto il gesto estremo per motivazioni che sono difficili da afferrare nella loro totalità. Tuttavia, quello che sappiamo è che l’esito è il medesimo: in un’istituzione che avrebbe il compito di tutelare e favorire il reinserimento sociale delle persone ristrette, due detenuti, nella disperazione, si sono ammazzati.
Per approfondire il tema abbiamo interpellato Alessandro Maculan, sociologo del carcere all’Università degli Studi di Padova e coordinatore dell’osservatorio sulle condizioni di detenzione in Veneto di Antigone. «Parlare di suicidi in carcere è sempre delicato e rischia di far cadere in facili semplificazioni. Non possiamo sapere con precisione perché una persona decide di togliersi la vita. Quello che possiamo però dire è che i suicidi in carcere si verificano con un tasso maggiore rispetto a quelli della popolazione libera. In questo senso, penso che la questione strutturale del sistema detentivo sia centrale, che riguarda lo stato di privazione della libertà e tutto ciò che comporta, e le condizioni stesse delle carceri. È su questo che bisogna riflettere».

Istituzione totale
Il sociologo Ervin Goffman definisce il carcere un’istituzione totale, ovvero un ambiente separato dal resto della società, in cui chi vi è rinchiuso trascorre mesi o anni sotto regole rigide che disciplinano tempi, movimenti e rapporti con gli altri. La detenzione è infatti un’esperienza totale e totalizzante, che comporta cambiamenti radicali nel modo di percepire sé stessi e il mondo circostante. L’assenza di sicurezza per la propria incolumità, l’assenza di prospettive future, la non possibilità di avere contatti con familiari e persone care, l’inattività, la costante sorveglianza, sono solo alcune caratteristiche che contribuiscono a de-umanizzare le persone detenute.
Oltre a questi elementi distintivi, che già di per sé rischiano di aumentare esponenzialmente la sofferenza psicologica, esistono delle problematiche strutturali peculiari al sistema detentivo italiano. «Quello che abbiamo osservato nelle visite degli ultimi anni è che le condizioni di vita stanno peggiorando progressivamente: è sempre più difficile stare in carcere sia per i detenuti che per gli operatori» sottolinea Maculan. «Sicuramente ci sono carceri in cui si sta meglio e altri in cui si sta peggio, ma quello che è generalizzabile è il fatto che le condizioni delle carceri non permettono alle persone ristrette di svolgere una vita dignitosa. Nel dibattito pubblico si fa spesso riferimento ai disagi psicologici per spiegare atti estremi come quelli del suicidio. Non c’è dubbio che la componente della salute mentale sia centrale, ma focalizzarsi esclusivamente su problemi individuali rischia di spostare l’attenzione dalle questioni strutturali, che sono spesso causa delle problematiche psicologiche affrontate dai detenuti».
Sovraffollamento: 185% a Verona e 142% a Padova
L’Italia è stata condannata più volte dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) per le condizioni di sovraffollamento carcerario. Questo significa che le carceri italiane violano sistematicamente l’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che riguarda il divieto di trattamenti inumani o degradanti. In Italia il tasso di affollamento è del 125%. Tuttavia, il sociologo Alessandro Maculan sottolinea che si tratta di una percentuale al ribasso: nel calcolo di tale percentuale non si tiene infatti conto dei posti che, per varie motivazioni, non sono agibili (ad esempio, per via della ristrutturazione di una sezione). L’associazione Antigone invita quindi ad essere cauti e di calcolare tali percentuali tenendo conto di almeno tremila posti disponibili in meno.
Lo stesso ragionamento vale quindi per il Veneto, che registra numeri di sovraffollamento di gran lunga superiori alla media nazionale, ovvero del 150%. Il caso più eclatante è quello veronese, con un tasso di sovraffollamento del 185%; segue poi Treviso (180%), Venezia (164%) e Padova (142%). Tutto questo ha degli effetti drammatici sulla vita quotidiana materiale delle persone ristrette. Per Maculan, infatti, questo «significa che con le stesse risorse bisogna cercare di soddisfare i bisogni del doppio delle persone. L’invivibilità nelle carceri italiane è una delle caratteristiche più drammatiche del sistema penitenziario in Italia. Purtroppo, siamo talmente abituati al fatto che le carceri sono sovraffollate che non lo percepiamo nemmeno più come un problema, e questo è disarmante se pensiamo che si tratta di un’istituzione pubblica. Purtroppo, trattandosi di persone detenute il tema interessa molto meno e quindi si accettano anche situazioni al limite del disumano».
La pena deve tendere alla rieducazione (?)
Il problema del sovraffollamento ha ripercussioni concrete sulla vivibilità della pena detentiva. Avere un tasso di persone detenute maggiore rispetto a quanto la struttura carceraria potrebbe ospitare, significa non solo limitare ulteriormente il già esiguo spazio personale a disposizione, ma anche la possibilità di confrontarsi con percorsi di reinserimento, cuore dell’articolo 27 della Costituzione.
Nel sistema detentivo italiano, un altro dato che sorprende in negativo è il numero degli educatori e delle educatrici (in termine tecnico i “funzionari giuridico pedagogici”). Ad oggi, in Italia sono presenti poco più di mille educatori, a fronte di una popolazione reclusa superiore a 60mila persone. Questo significa che in media è disponibile un educatore ogni 60 detenuti, con situazioni drammatiche di uno ogni 100/150 persone. «Poter incontrare il mondo esterno è fondamentale per le persone che stanno scontando una pena» sottolinea il sociologo del Bo. «Permette loro, infatti, di vivere, almeno per qualche ora, delle dinamiche che escono da quelle penitenziarie». Si capisce, però, che in una situazione caratterizzata da una grave sotto presenza di funzionari giuridico pedagogici questa possibilità è estremamente limitata. Per questo, diverse realtà detentive si affidano di frequente al mondo del volontariato.
Anche la presenza di attività contribuisce a rendere il periodo di detenzione meno de-umanizzante. Grazie alla possibilità di lavorare o di frequentare percorsi di formazione (anche universitari) le persone che stanno scontando la pena riescono infatti ad interrompere la monotonia e la routine che caratterizza la vita carceraria. «Anche qui è importante precisare che si tratta di una possibilità che viene offerta a una minima parte della popolazione reclusa» sottolinea Maculan. «Non tutte le strutture carcerarie offrono la possibilità di prendere parte ad attività e, anche laddove siano presenti, non tutti ne beneficiano».
“Corpo” di polizia
Da un lato, il numero delle persone recluse aumenta – non a causa di un incremento della criminalità, ma per l’uso politico e sociale del carcere come strumento di gestione dell’ordine e per la svolta autoritaria del governo Meloni. Dall’altro, resta irrisolto il problema del sottorganico della polizia penitenziaria. Si tratta di una situazione che ha ricadute sia per la vita lavorativa degli agenti che per quella detentiva delle persone in condizione di reclusione.
Dover contenere quotidianamente le problematicità di un numero importante di detenuti significa per il personale di polizia vivere alti livelli di stress, che si traduce a sua volta in relazioni più dispotiche. Inoltre, non avere un organico sufficiente comporta anche il fatto che venga preferito un istituto a regime chiuso, che limita la possibilità di movimento, già esigua a causa del sovraffollamento di cui sopra, piuttosto che uno aperto. Tutto questo, va da sé, aumenta il rischio che scoppino conflitti e acuisce le tensioni interne.
C’è inoltre un’altra questione che riguarda la relazione tra agenti e detenuti, che attiene alla sfera identitaria, sintetizzata nell’esperimento di Philip Zimbardo. Zimbardo, nel suo esperimento del 1971 alla Stanford University, ha rilevato che studenti assegnati ai ruoli di guardie e prigionieri svilupparono rapidamente comportamenti di controllo, sottomissione e de-umanizzazione, dimostrando quanto il contesto carcerario possa influenzare profondamente i comportamenti delle persone.
Questa ipotesi trova conferma nel recente lavoro di ricerca di Alessandro Maculan. «L’interpretazione identitaria del ruolo è sicuramente una questione centrale: l’istituzione carceraria tende a dare forma a dinamiche del noi-loro, legalità vs illegalità» sottolinea il sociologo autore del libro “La galera incorporata. Etnografia della polizia penitenziaria” (Maggioli Editore, 2022). «Tale differenziazione è inscritta nel corpo e nei comportamenti della polizia penitenziaria. Va sottolineato che gli agenti sono legittimati a usare la forza in situazioni prive di controlli esterni, il che può tradursi in abusi e aumentare le tensioni».
Foto di copertina: cancello chiuso in un carcere. Photo by De an Sun / Unsplash