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Ex Macello, storia di un Bene Comune a Padova

Propongo qui una riflessione a margine dell’incontro Beni comuni e Usi civici in Grecia, Italia e Spagna, con la partecipazione di esperti nazionali e internazionali, coordinato dal prof. Alessio Surian dell’Università di Padova (qui è possibile ascoltarne l’audio integrale e leggerne il report, ndr). Tra i temi affrontati – che hanno dato davvero orizzonte e respiro a una prospettiva futura di consapevolezza dell’ambiente urbano e convivenza civile – ne sceglierei due. Il percorso attraverso il quale viene scelto, individuato e ridefinito il luogo del quale si intende prendersi cura e valorizzare come uso civico e il lavoro iniziale che viene impiegato, da una parte. Dall’altra, il rapporto con le istituzioni civiche, gli accordi, gli scontri, i negoziati.

Questi due aspetti convocano la memoria a una vicenda padovana ben conosciuta, quella del Vecchio Macello (“Ex macello” di via Cornaro) – vicenda tuttora intricata e dibattuta nello scenario politico cittadino – della quale ebbi la possibilità di partecipare personalmente alle prime fasi di sviluppo. L’occupazione dell’area dell’ex macello comunale di Padova, nel 1975, l’attuazione di una nuova destinazione d’uso attraverso la presa in cura ambientale e architettonica e la creazione di un consorzio di associazioni cittadine denominato Comunità per le Libere Attività Culturali (CLAC). Il fautore di questa impresa fu Francesco Piva, persona venuta a mancare alcuni anni fa, ex staffetta partigiana, entrato nella Rete dei Padovani Eccellenti, antesignano dell’ambientalismo e per molti aspetti delle idee di Usi Civici e Bene Comune delle quali stiamo trattando.

La figura di Francesco Piva

Incontrai Francesco Piva nel 1980, quando fui assegnato all’ex macello per i due anni di servizio civile che dovevo svolgere come obiettore di coscienza alla leva militare. Ricordo molto vividamente quel nostro incontro, dal quale sorse amicizia: la complicità dello sguardo nei suoi occhi chiari e vivaci, le sue mani operose che – curiosamente – erano impegnate a togliere le “erbacce” intorno alla palazzina dell’ex macello ma al tempo stesso permettere alle piante di quello che sarebbe stato il Parco di crescere selvaggiamente. Una prima interessante metafora pedagogica, questa, che riprenderemo.

Francesco Piva aveva una formazione libertaria, dagli anni Sessanta, è importante questo aspetto e questo termine. Il termine “libertario” – che oggi sta subendo spiacevoli abusi – va inteso nel suo significato originario. Nell’incontro tra i movimenti degli anni Sessanta e l’anarchismo storico si produce una sensibilità libertaria che coniuga le idee di “municipalismo” e “autogestione” che saranno rielaborate nei decenni successivi, fino a oggi. Francesco Piva a Padova, dunque, non era né “comunista” e né “cattolico” e nel terribile e soffocante conflitto che si consumò in questa città tra le due posizioni andava alla ricerca di una (salutare) alternativa libertaria.

La dicitura “Comunità per le Libere Attività Culturali” era ispirata al pensiero di Adriano Olivetti e al particolare significato che questo imprenditore sui generis aveva dato al termine “comunità”. Altri riferimenti che possono far comprendere l’impostazione politica e culturale di Francesco Piva sono l’esperienza delle comuni psicoterapeutiche di Franco Basaglia, il pensiero di Ivan Illich e l’Antropologia Culturale. Devo in particolare a Francesco Piva l’avermi forse per primo orientato nella disciplina che insegno a Padova da oltre vent’anni.

Un’occupazione anomala

Tornando a questa prima fase storica del Vecchio Macello, è con questi “ingredienti” culturali e politici che Francesco Piva procede, nel 1975, all’occupazione dell’area. Ma va specificato subito un aspetto: non si trattò effettivamente di un’occupazione. Francesco Piva ci tenne diverse volte a specificare, nei vari contenziosi, nel corso del tempo, con l’amministrazione comunale, che allora, nel 1975, aveva ricevuto dal Comune le chiavi per aprire il cancello dell’ex macello. Dunque un’occupazione “consensuale”, un po’ anomala e “ambigua” – e credo che questa ambiguità, in senso positivo, sia interessante per i temi del convegno.

La vicenda dell’ex macello di via Cornaro assunse un’importanza in apparenza marginale, rispetto ai grandi tumulti politici che scuotevano la città in quegli anni, che videro episodi di guerriglia urbana. Credo che sia stato scarsamente apprezzato e compreso quanto sia stato importante – nella nostra città, che pativa i cosiddetti “anni di piombo” (e la repressione che ne seguì) – la creazione di uno spazio culturale libero, autogestito e alternativo ai conflitti in corso. Conflitti politici che contrapponevano cattolici a comunisti ma anche comunisti a comunisti e cattolici a cattolici.

Un’isola di quiete nell’occhio del ciclone

La CLAC all’ex macello in quegli anni era una sorta di “isola”, un piccolo centro di quiete nell’occhio del ciclone. Il consorzio era riunito sotto una sorta di “ombrello”: decine di associazioni cittadine impegnate nella cultura, nell’arte, nella difesa dell’ambiente, dei diritti umani. Centinaia di attivisti, una sorta di contingente di pace gravitava alla CLAC… Esperantisti, poeti, giocatori di Go, ambientalisti, protettori degli uccelli, delle antiche mura, musicisti, teatranti, Amnesty International, Survival International… tanti altri.

Con l’istallazione del Planetario e la creazione del Parco Didattico, quel luogo si aprì alle scuole della città. Quante classi scolastiche, dai primi anni Ottanta, andarono in visita all’ex macello. Un servizio erogato alla città, senza dubbio. In una particolare, positivamente ambigua, relazione tra istituzioni e controcultura. Ma come venne creato il Parco Didattico, il luogo che molti bambini della nostra città hanno conosciuto? Dove hanno visitato lo stagno, la spirale delle essenze, dove si sono messi in circolo per abbracciare il grande pioppo bianco, al centro di un piccolo bosco, dove hanno impastato e cucinato il pane a un mulino allestito sul ponte delle vecchie mura. Lo ricordano? Eccolo il Bene Comune, realizzato!

Ma come venne costruito? Che tipo di lavoro venne impiegato?

(Ri)nascita di un bosco

Si trattava, nei primi anni, di accompagnare e lasciare ricrescere un piccolo ecosistema su un terreno che aveva subito un pesante inquinamento dovuto alla lavorazione delle carni. Il piccolo bosco ricresciuto a partire dalla barena lungo il canale San Massimo era dunque un laboratorio ecologico per osservare la ricostruzione di un ambiente naturale post-inquinamento. Un intento conoscitivo e sperimentale, dunque, negli anni nei quali si stava consolidando, a livello internazionale, il movimento politico dei Verdi. Il progetto di Piva era orientato a non separare l’ambito naturalistico da quello sociale e culturale. Il Parco Didattico ospitava una comunità di associazioni. Si trattava inoltre di imparare a prendersene cura e a gestirlo. Anche in questo senso il parco era “didattico”.

La Scuola Edile

Poi c’erano gli edifici. Architetture pregevoli di inizio Novecento, per le quali andava frenato il degrado. Questo lavoro fu svolto impiantando nel parco la Scuola Edile. Gli allievi della Scuola imparavano l’arte muraria e al tempo stesso salvavano gli stabili dell’ex macello dal degrado. Non solo “imparare facendo” ma anche “facendo, imparare”.

A livello accademico, in quegli anni si cominciava a parlare di Archeologia Industriale. Francesco Piva apriva su questo contatti con l’Università, un ambito di ricerca. 

Con la stessa impostazione, didattica e fortemente anticipatrice, in uno stabile parzialmente ristrutturato del Parco, Francesco Piva cominciò ad accumulare prima macchine scientifiche e poi computer usati, con l’idea di farne un museo. Questo museo, come disse, avrebbe dovuto avere un’impostazione antropologica: mettendo in risalto anche i vissuti uomo-macchina.

La creazione del Parco Didattico fu attuata grazie al lavoro volontario delle associazioni, degli obiettori di coscienza (decine) e degli scambi giovanili internazionali. Giovani da varie parti dell’Europa e del mondo che arrivarono all’ex macello e impararono, lavorando, a prendersi cura di un luogo. Ecco il Bene Comune, realizzato e riflesso nella memoria delle persone che hanno partecipato alla sua creazione, sparse per il mondo. Riflesso nella memoria dei bambini e ragazzini delle scuole della città che ne hanno fruito.

Un patrimonio immateriale

Questa “rifrazione” del Bene Comune non ha niente a che fare con l’attività culturale intesa come rappresentazione e prestigio alla quale siamo abituati. Si tratta di un patrimonio immateriale, che non lascia tracce se non nella coscienza e nell’esperienza di molte persone. Si tratta dunque di un percorso educativo e formativo che rimane invisibile e rischia di perdersi – se non incontra attenzione e sensibilità – ma allo stesso tempo realizza un fortissimo capitale simbolico.

Francesco Piva mise dunque (politicamente) in tensione due “poli”. Da una parte il polo “istituzionale”: il Comune di Padova, la Regione Veneto – che erogava un contributo per la gestione dell’area – la rete dei clubs Unesco (FMACU), successivamente, che offrì un importante supporto culturale internazionale al progetto complessivo. Dall’altra parte il “polo” delle associazioni, cittadinanza attiva: moltitudine variegata, a volte litigiosa – riportando i conflitti politici che attraversavano la città – ma estremamente creativa.  

Per tutte queste ragioni, Uso Civico e Bene Comune, a Padova trovarono realizzazione. Un successo che non è stato registrato nel pallottoliere politico della città, che non è stato “speso” – nel linguaggio merceologico delle grandi “vetrine” culturali – e perciò è stato distorto come fallimento.

Riusciremo a convincere i nostri amministratori a togliersi quegli occhiali e guardare, al futuro, al Bene Comune?

Francesco Spagna

Foto di Vittoriana Tiersen: Ex Macello di Padova

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