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Diario di un walker a Venezia / 2 – Districandosi nel carnevale

Questo diario racconta – attraverso finestre etnografiche del progetto di ricerca “Tempi di vita, conciliazione e vita quotidiana dei lavoratori dei servizi digitalizzati, nello spartiacque della pandemia” – la quotidianità di un Walker, un fattorino di un’app di consegna a domicilio, a Venezia. Walker e non rider, perché la geografia della città non consente l’uso di mezzi di trasporto, se non le proprie gambe. Il progetto, coordinato da Francesco Della Puppa e Fabio Perocco del Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, prevede la realizzazione di un’indagine etnografica svolta da Giorgio Pirina e mira ad analizzare, attraverso la prospettiva della vita quotidiana, i tempi della “conciliazione” e della riproduzione e l’uso del tempo dei lavoratori e delle lavoratrici occupati nei servizi digitalizzati.

In tempi normali Venezia è “sovraffollata” di turisti. Questo periodo è, inoltre, caratterizzato dal carnevale, una ricorrenza dal particolare valore simbolico per il capoluogo veneto e che esercita una forte attrazione. Oggi ho provato in maniera decisa sul mio corpo l’ingombro del borsone e le difficoltà di lavorare districandomi tra la moltitudine di personae (maschere) che vagavano per le città. Forse le parole che seguono esprimono un bisogno di sfogo derivante da questa condizione.

Una cosa che noto come camminatore – forse anche grazie ai legami affettivi passati che hanno acuito la mia sensibilità – è una costante, interstiziale e dissimulata tensione che accompagna Venezia tra un turismo zombificatore e la bellezza fragile ma ri-umanizzante della città-arcipelago lagunare.

Camminando per effettuare le consegne leggo, sento, palpo, vedo, nei cartelli, nelle chiacchiere, nella vita quotidiana dei veneziani, il virus che agisce nel corpo della città: lo debilita attaccando il suo organismo e le sue cellule vitali – chi abita e vive Venezia tessendo relazioni sociali non effimere – espellendo queste ultime. Come i non-morti che (in)seguono l’odore della carne umana viva, così i turisti vagano alla ricerca dello scorcio da carpire o del ricordo da portare con sé. Le architetture veneziane – sinuose ed eleganti all’occhio, quanto rigide e spigolose al passaggio – materializzano in maniera eclatante questa tensione condensando e ordinando, con il garbo e l’indifferenza che si confà all’eleganza aristocratica, le frotte di persone lungo la trama di strette calli e ponti, che però spesso intralciano il passaggio dei veneziani e dei lavoratori (siano essi camminatori con lo zaino o fattorini con i carretti) mossi da tempi e scelte quotidiane in contrasto con quelle dei turisti. Non è raro, infatti, che debba pronunciare con tono assertivo “permesso” per poter passare.

D’altronde, chi non vive Venezia non sa che vi è una prassi tacita: camminare in maniera ordinata ed in fila stando sulla destra, in modo tale da non ingolfare le calli. Spesso il GPS non aiuta, poiché indica semplicemente il percorso più rapido e, inoltre, è lo stesso strumento che usano i turisti; ma, talvolta (e quando possibile), con le conoscenze pregresse supero questi problemi passando per percorsi alternativi, sebbene il tragitto aggiuntivo non sia coperto dalla remunerazione dell’app. Provo a mettermi nei panni dei miei colleghi stranieri che vivono a Mestre e che quindi, forse, ancora non conoscono bene Venezia: come vivono queste difficoltà? Che strategie usano per aggirarle?

Sebbene la tensione tra turismo zombificatore e bellezza ri-umanizzante possa apparire una dualità, essa è invero una mutua relazione, giacché è la stessa bellezza che attrae l’agente virale che zombifica, il quale a sua volta ha ammaliato e ammalia, come la Maga Circe con Ulisse, i veneziani con un incanto surrettizio e subdolo, quanto concreto.

Eppure, la città lagunare resiste provando a ri-umanizzare il proprio tessuto grazie agli abitanti che hanno coscienza della sua bellezza, della sua fragilità, delle sue unicità.

Giorgio Pirina

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