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La città di Vitaliano Trevisan

Vitaliano Trevisan ci ha lasciato ieri. Lo ricordiamo ripescando dall’archivio un’intervista che lo scrittore rilasciò a Gianni Belloni e che fu pubblicata sul periodico Carta nel novembre 2009, sul tema della città. Ci mancherà.

Raggiungiamo lo scrittore vicentino Vitaliano Trevisan al telefono e sembra contento di parlare con noi del tema della città, non fosse perché è una questione a lui cara, per molti motivi, quasi tutti professionali. Eh sì, perché Trevisan oltre a scrivere romanzi è stato geometra – lavorando a stretto contatto con grandi architetti come Aldo Rossi -, muratore e lattoniere: mestieri che con la città hanno più di qualche connessione. La nostra intervista comincia così: con la rievocazione dei suoi passati, e molteplici, mestieri.

Si può dire, quindi, che quando guardi una città possiedi qualche strumento in più per decifrarla?

Beh sì, innanzitutto a partire dal lessico, e questo senz’altro mi avvantaggia. Si può dire che gli edifici li ho anche vissuti oltre a guardarli e pensarli. Facendo il muratore pensavo fosse solo una sfortuna (ride) quella di costruire le case, ma ora mi accorgo anche del lato positivo di quella esperienza.

Comunque il tema hai continuato a frequentarlo anche dal punto di vista teorico, dai tuoi romanzi, in particolar modo in alcune pagine dello splendido «I quindicimila passi», questo risulta evidente.

È un tema che mi occupa molto, sì. È importante capire come il discorso architettonico sia contiguo e influenzi, venendone poi influenzato, al discorso filosofico. Penso a tutto il filone del decostruzionismo di Deleuze e Guattari. Il problema è che dalle connessioni con il filone filosofico si è scivolati sul campo militare che ha oggi un enorme influenza sull’architettura.

Spiegati meglio.

Guarda, ho appena finito di leggere «Architettura dell’occupazione», un libro bellissimo di un architetto isrealiano, Eyal Weizman, che racconta di come l’architettura plasmi i territori occupati che vengono attraversati da continui sommovimenti – pensa all’opera dei coloni – di decostruzione e costruzione. L’architettura è parte integrante del progetto militare dell’occupazione, anche grazie ai dispositivi teorici del decostruzionismo e alla decisione, anche questa teorica ma dai rilevanti effetti pratici, di limitarsi a descrivere la realtà piuttosto che criticarla. Nelle accademie militari sempre più spesso fanno capolino architetti e urbanisti. Le città sono diventate il campo privilegiato, da Baghdad a Grozny, delle nuove guerre. Come vedi da un piano squisitamente teorico si è arrivati ad degli effetti pratici evidenti e terribili.

Ma la possibilità di decostruzione e costruzione spontanea può avvenire anche dal basso, non solo dentro le maglie di un progetto di occupazione.

Sono stato a Lagos, la capitale economica della Nigeria, e questa cosa di cui parli l’ho vista: un cavalcavia, ad esempio, può trasformarsi in un insediamento umano. C’è questo piano, diciamo di appropriazione da parte delle persone dell’organizzazione dello spazio, ma perché questo movimento abbia dei connotati positivi ci sono alcune condizioni: non deve avere spessore teorico – dev’essere, appunto, spontaneo – e deve avere pochi mezzi, poche risorse. Altrimenti si rovescia in una altra cosa, in una brutta cosa, quella di cui parlavamo prima.

E per arrivare al tuo nordest, sfondo e protagonista di molti tuoi libri, che ne pensi di quel che sta accadendo a quel territorio?

Il problema è che qui abbiamo le conseguenze peggiori del fatto di essere una grande metropoli – consumo di suolo, vastità di spazi – senza il tornaconto visto che il pensiero continua a rinchiudersi in vecchi e piccoli spazi. Malgrado tra Treviso, Mestre e Padova, ma anche Vicenza, ad esempio vi sia una conurbazione unica, domina un residuo del pensiero per cui quando si parla di città si pensa al centro storico, mentre il nostro territorio non è più così, c’è uno spazio ampio ma un pensiero che è racchiuso nel piccolo. Anche se ultimamente c’è una riscoperta delle periferie, se ne parla, ma questo è dovuto ad una semplice presa d’atto che sono questi i territori vitali. Nei centri delle città non c’è più corrispondenza tra le facciate delle case e la vita che le racchiude. È solo una messa in scena.

Sembra mancare una programmazione dei processi.

Bisognerebbe capire se la perdita del controllo è subita o voluta. Così come avviene nei territori occupati in Palestina, in cui il controllo avviene solo ex post, quando l’invasione dei coloni è avvenuta e l’autorità si incarica di regolare militarmente, e architettonicamente, le conseguenze, così è qui con le forze della speculazione che informano il territorio con i loro progetti e la politica che interviene dopo, a cose fatte, magari sotto forma di intervento militare sollecitata dal cosiddetto allarme sicurezza. Per capire quello che sta accadendo qui a nordest, è utile quello che ho letto ultimamente in una delle pubblicazioni della camera di commercio, lettura che caldamente consiglio, loro denunciano che «la congestione compromette lo sviluppo»; hai capito? La congestione che loro hanno creato gli si ritorce contro, siamo al paradosso, il meccanismo è davvero impazzito.

Foto: ritratto di Vitaliano Trevisan di AmarettoItalico – Opera propria, CC BY 3.0, via Wikipedia

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