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Bacini di laminazione e partecipazione civica: l’esperienza del Laboratorio Astico Tesina

Nella media pianura vicentina, tra Breganze e Sandrigo, la Regione Veneto sta progettando la realizzazione di un bacino di laminazione sul torrente Astico, dove insistono alcune cave dismesse. Un’opera molto impattante secondo il Laboratorio Astico Tesina, un gruppo di cittadini attivi che sta promuovendo un percorso di partecipazione della cittadinanza su questo e su altri temi riguardanti l’ecologia e un diverso rapporto con il territorio. Abbiamo approfondito il tema insieme alle attiviste a gli attivisti del Laboratorio.

Cos’è il Laboratorio Astico Tesina, quando è nato, quante persone coinvolge e che obiettivi ha?

Il Laboratorio Astico Tesina è un gruppo di cittadine e cittadini di Sandrigo nato nell’autunno del 2020 nel tentativo di far convergere alcuni gruppi locali e singole persone sensibili ai temi dell’ecologia su una progettualità comune. Qualcuno si è allontanato, qualcuno ci ha raggiunti e ora siamo all’incirca una decina di persone.

Il nostro obiettivo è quello di portare stabilmente la riflessione sui temi dell’ecologia e del “buon governo” a Sandrigo e dintorni, non limitandoci all’informazione ma cercando di presentare alla cittadinanza e alle amministrazioni locali percorsi concreti di trasformazione.

I temi dei quali vorremmo occuparci sono i più vari: dal contrasto al cambiamento climatico alla sostenibilità in agricoltura, dal consumo di suolo alla buona gestione del verde urbano, dagli strumenti di partecipazione agli stili di vita.

Attualmente siamo quasi interamente assorbiti dal progetto di bacino di laminazione sul torrente Astico, questione imponente dalla quale abbiamo ritenuto di non poter prescindere. Nei prossimi mesi cercheremo però di promuovere una riflessione più ampia.

Il bacino di laminazione sul torrente Astico interessa i comuni di Breganze e Sandrigo, e prevede di trasformare due grandi cave dismesse in bacini da allagare in caso di portata eccessiva del fiume. Quali sono le criticità principali che vedete in questo progetto, in sintesi?

In primo luogo l’essere stato determinato dalla Regione Veneto senza alcun coinvolgimento delle comunità e delle amministrazioni locali. Gli indirizzi dell’Unione Europea e di realtà autorevoli quali il CIRF (Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale) in fatto di gestione idrologica suggeriscono un approccio diametralmente opposto, orientato al dialogo e alla concertazione, ad esempio con l’adozione di strumenti quali i Contratti di fiume.

In secondo luogo ci sembra che la pianificazione regionale in fatto di sicurezza idrogeologica non tenga conto di un aspetto fondamentale: il cambiamento climatico provoca l’intensificarsi dei fenomeni meteorologici estremi, piogge concentrate e intense alternate a prolungati periodi di siccità. Nel futuro l’acqua sarà anche nel nostro territorio una risorsa sempre più preziosa. Quando ce n’è troppa bisogna aver la capacità di conservarla per quando ce n’è poca. I bacini di laminazione hanno il primario obiettivo di “scaricare” i corsi d’acqua in situazioni di emergenza, ma bisognerebbe progettarli in modo da evitare la successiva dispersione dell’acqua. Questo aspetto ci sembra del tutto escluso dal tipo di interventi previsti dalla Regione Veneto.

Piuttosto, esperienze molto interessanti si riscontrano “nel piccolo”. Un esempio di lungimiranza e protagonismo locale è il progetto Life Beware dei comuni di Santorso e Marano Vicentino, che prevede tanti piccoli interventi di “trattenimento” dell’acqua durante le precipitazioni: contrastare le alluvioni mettendo da parte l’acqua per i periodi di siccità. Interventi piccoli e grandi dovrebbero rispondere alla stessa logica.

Per venire ai limiti e alle criticità del progetto attualmente previsto a Breganze e Sandrigo, occorre descriverlo almeno a grandi linee. Si tratta del primo stralcio di un progetto di laminazione da 10 milioni di metri cubi di invaso, suddiviso in due stralci da circa 5 milioni di metri cubi per una spesa di circa 35 milioni di euro ciascuno, realizzato nell’area di due cave dismesse lungo il torrente Astico. In entrambi i siti l’attività di escavazione si è spinta ben al di sotto del livello di falda, e ora la falda è affiorante su una superficie di decine di ettari, come una ferita aperta.

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Il progetto del quale ci stiamo occupando in questa fase riguarda solo il primo stralcio, quello più a nord, interamente in comune di Breganze, per il quale è in corso la progettazione esecutiva. Il secondo stralcio, al confine tra Breganze e Sandrigo, è fermo alla progettazione preliminare e non finanziato.

All’interno dell’area del primo stralcio è presente una discarica dismessa di RSU (rifiuti solidi urbani, ndr), in funzione fino alla metà degli anni ‘80. Di questa discarica dismessa non è prevista la bonifica, ma l’isolamento con la realizzazione di un “cappotto” impermeabile.

Ciò che principalmente contestiamo è il rischio di contaminazione della falda che comporterebbe l’invaso di acqua di fiume a contatto diretto con l’acqua di falda affiorante, aggravato dalla presenza della discarica dismessa; l’effetto dell’innalzamento della falda locale per la pressione della massa d’acqua invasata sulle limitrofe aree residenziali e industriali (a un paio di chilometri a valle sono presenti siti sensibili come l’azienda Cromador, “sorvegliata speciale” per la riscontrata fuoriuscita di Cromo VI con forte rischio di inquinamento della falda, e l’attuale discarica di Sandrigo); l’impiego massiccio di limi per la costruzione degli imponenti argini di contenimento (l’acqua invasata raggiungerebbe un livello di 5,5 metri sulla quota campagna sul fronte sud). Consideriamo anche che attualmente Sandrigo non dispone dell’aggiornamento del Piano di Sicurezza dell’Acqua, ritenuto dall’ente gestore dell’acquedotto (ViAcqua) imprescindibile per una corretta valutazione del rischio.

Quanto ai limiti che riscontriamo in questo progetto, cioè i mancati benefici, sono legati in primo luogo alla sua collocazione: la presenza della falda affiorante, il cui livello è variabile, può comportare in determinate situazioni una significativa riduzione dell’effettiva capacità di invaso; inoltre un progetto di laminazione nel territorio di Breganze e Sandrigo non può generare alcun effetto utile dal punto di vista della ricarica della falda profonda, poiché realizzato in corrispondenza della “fascia delle risorgive”, dove l’acqua tende piuttosto a riaffiorare che ad infiltrarsi. Inoltre osserviamo che il progetto ha finora escluso qualsiasi proposta di valorizzazione naturalistica e sociale dell’area, e quel che sappiamo per certo è che l’apertura dei cantieri comprometterebbe quanto di positivo è avvenuto in termini di rinaturalizzazione spontanea negli anni di abbandono.

Il progetto prevede un indennizzo per i proprietari delle cave? È possibile quantificarlo?

Il Quadro di spesa previsto nel Progetto definitivo del primo stralcio, del 2015, valuta in tre milioni e mezzo la spesa per “espropri e indennizzi comprensivi di spese tecniche e notarili”. Dal Piano particellare d’esproprio accluso al Progetto ricaviamo che i principali beneficiari di tali rimborsi sarebbero le ditte cavatrici riconducibili a Vaccari e Girardini, cioè le aziende proprietarie delle due ex cave.

A questo aggiungiamo che le spese per la ricomposizione ambientale di circa un terzo dell’ex cava e per la ricomposizione della discarica RSU passerebbero di fatto in carico alla Regione Veneto come parte integrante del complessivo progetto di bacino di laminazione.

Infine, sempre con riferimento al settore dell’escavazione, ampi interventi di movimento terra saranno richiesti per la realizzazione del progetto: il Quadro di spesa del Progetto definitivo del primo stralcio calcola in oltre 990.000 metri cubi il volume di ghiaia da scavare e vendere, circa un quarto di quanto scavato nella ex cava negli ultimi 40 anni.

Avete elaborato delle alternative a questo progetto?

Se l’elaborazione di un progetto vero e proprio è necessariamente in carico ai tecnici e alle istituzioni, noi riteniamo lecito esprimerci sugli indirizzi della progettazione. Anzi, crediamo sia indispensabile che la fase di indirizzo preveda il coinvolgimento delle comunità locali, delle associazioni e delle amministrazioni.

Posto che secondo noi la gestione dei fiumi deve avvenire nella concertazione, e quindi con l’adozione di strumenti quali i Contratti di fiume, fin dall’inizio dell’elaborazione di qualsiasi progetto, allo stato attuale non possiamo che accontentarci di intervenire su quanto già previsto nell’ambito del “Piano delle azioni e degli interventi…” del 2011, che individua tutti i grandi interventi di messa in sicurezza idrogeologica previsti in Veneto.

Il Piano regionale prevede per l’Astico-Tesina tre interventi: a Meda di Velo d’Astico (7 milioni di metri cubi d’invaso), a Breganze e Sandrigo (10 milioni di metri cubi tra primo e secondo stralcio), a Marola di Torri di Quartesolo (2,2 milioni di metri cubi). Al momento l’unico intervento in fase di progettazione avanzata (progettazione esecutiva in corso) è il primo stralcio del bacino di Breganze e Sandrigo, per un invaso di circa 5 milioni di metri cubi.

Questi tre interventi non costituiscono delle alternative, ma sono finalizzati a creare una capacità di invaso complessiva di 19 milioni di metri cubi lungo l’Astico-Tesina. Il Piano prevede tuttavia che, procedendo con la definizione e la realizzazione dei singoli interventi, sia possibile aggiornare quanto previsto per i restanti. 

Rispetto al bacino di Breganze e Sandrigo, la realizzazione dell’invaso pedemontano di Meda presenta notevoli benefici: messa in sicurezza di un territorio più ampio, minor rischio di inquinamento, capacità di ricarica delle falde profonde, oltre ad una previsione di spesa decisamente più bassa (5,7 euro/metro cubo contro i 7,1 euro/metro cubo del primo stralcio di Breganze e Sandrigo) legata alla minor entità degli interventi previsti in termini di movimento terra e manufatti. La nostra prima richiesta quindi è che si proceda intanto con la progettazione dell’invaso di Meda, comparandola poi con quella già sviluppata per Breganze e Sandrigo e stabilendo delle priorità. Non è infatti da escludere che la realizzazione del bacino di Meda permetta, ad esempio, di riconsiderare i volumi di invaso necessari a Breganze e Sandrigo, e quindi l’entità di nuove escavazioni in sito.

Su Breganze e Sandrigo quel che chiediamo non è di escludere qualsiasi progetto di laminazione. Anzi, la realizzazione di un bacino, se fatta con criterio, è un’occasione di riqualificazione dell’area e di messa in sicurezza di situazioni critiche già in atto, come la presenza della falda a cielo aperto e della discarica dismessa. Tuttavia il progetto non può prescindere dal considerare seriamente queste stesse criticità, e non deve escludere la valorizzazione ecologica e sociale dell’area.

Riassumendo, quel che chiediamo alla Regione Veneto è di procedere con la progettazione del bacino di Meda e di riconsiderare integralmente il bacino di Breganze e Sandrigo all’insegna della sostenibilità e della multifunzionalità. Contestualmente, passare da una logica centralistica e dirigistica all’insegna di poche “grandi opere grigie” imposte ai territori a un sistema di gestione fluviale democratico e rivolto ai piccoli interventi diffusi.

La vostra riflessione e azione vuole allontanarsi dalla cosiddetta sindrome Nimby, e mira a promuovere una critica complessiva al sistema di grandi bacini progettati dalla Regione Veneto dopo l’alluvione che nel 2010 ha colpito Vicenza e altre aree del Veneto. A questo proposito, recentemente sulla stampa si è molto parlato della mobilitazione contro il progetto di bacino di laminazione alle Grave di Ciano, sul Piave. Esiste un filo rosso che unisce queste storie?

Entrambe le vicende, Grave di Ciano e Breganze-Sandrigo, mostrano lo stesso atteggiamento da parte della Regione Veneto, la stessa indifferenza o ostilità alla voce dei territori, e attestano la necessità di un drastico cambio di rotta per quanto riguarda le politiche ambientali e gli indirizzi progettuali. Per il Comitato per la Tutela delle Grave di Ciano e per noi è altrettanto importante, ad esempio, porre la questione del protagonismo locale attraverso strumenti come i Contratti di fiume.

In secondo luogo ci unisce il tema dell’escavazione, che risalta nettamente sia nella vicenda delle Grave di  Ciano che in quella di Breganze e Sandrigo. In entrambi i casi siamo in contesto di ex cava; in entrambi i casi la Regione Veneto sceglie di favorire interventi che comporterebbero grandi escavazioni e asportazione di ghiaia, rispetto a soluzioni che a noi appaiono decisamente meno impattanti, meno costose e più efficaci. A quale logica risponde tutto ciò?

Infine, vicinanze si riscontrano nei metodi. Per noi l’esperienza del Comitato di Ciano è un modello: lavorare per il coinvolgimento di tutta la comunità, delle amministrazioni locali e di tutte le espressioni della cittadinanza, senza arroccamenti ideologici e recriminazioni. Creare un fronte quanto più possibile trasversale, per il bene comune.

Quali sono le prossime tappe con cui immaginate di proseguire il vostro percorso?

In queste settimane abbiamo avvicinato molte persone alla vicenda con una mostra informativa esposta in uno spazio pubblico di Sandrigo e una bella e partecipata passeggiata sugli argini del torrente Astico. 

Queste iniziative, come quelle che le hanno precedute, a carattere informativo o presso le istituzioni, sono rese possibili dalle preziose collaborazioni stabilite in questi mesi con comitati civici e tecnici, amministratori locali ed esponenti politici. Costante è, ad esempio, il dialogo con il Coordinamento Tutela del Territorio Breganze, con cui procediamo fianco a fianco fin dall’inizio della nostra attività.

Sul fronte istituzionale intendiamo proseguire col pressing sulla Regione (inaugurato da una interrogazione al Consiglio regionale presentata a giugno dalla Consigliera Cristina Guarda in collaborazione con noi) e sugli altri enti preposti a questa materia (come l’Autorità di Bacino). Sul piano “mobilitativo”, continueranno le iniziative di informazione e di coinvolgimento rivolte alla cittadinanza, e le manifestazioni del nostro dissenso e delle nostre controproposte.

In particolare però ci piacerebbe che la rete, ancora embrionale, costruita in questi mesi intorno al tema dell’acqua e della gestione idrologica possa consolidarsi e un po’ alla volta sviluppare una propria strategia, delle linee guida per l’attivazione di una progettualità alternativa concreta.

A questo scopo iniziamo a immaginare ulteriori momenti di conoscenza reciproca e scambio che potrebbero culminare in una serie di iniziative la prossima primavera… 

Vi terremo aggiornati!

Per contatti: assemblea.astico@gmail.com – Pagina Fb: Laboratorio Astico Tesina

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